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Mario Draghi

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Siamo davanti ad atti coerenti diretti a ridurre i margini di operatività per chi non vuole tutelare la sua salute senza preoccuparsi di danneggiare anche quella degli altri e di portare tutti senza proclami alla vaccinazione. Il vero problema del Paese di oggi è tutelare questa traiettoria stabilizzante. I partiti non hanno la sensibilità profonda del Paese e continuano a fare il gioco delle maschere. Invece di preoccuparsi di preservare i valori della continuità e della coerenza di questo governo di unità nazionale in un quadro di certezze che sancisca l’ascesa al colle più alto di chi lo ha guidato e ne garantisca una successione coordinata agli obiettivi da conseguire alla guida dell’esecutivo. Draghi ha ottenuto la sostanza delle cose senza spingersi al braccio di ferro pubblico che sarebbe stato rischioso per il Paese. Ma si può andare avanti con un consiglio dei ministri dove tutti pensano solo al loro posto in scena?

Se la smettessero un po’ tutti di recitare la parte in commedia questo Paese avrebbe almeno la possibilità di capire come stanno le cose. I capi partito che si stracciano le vesti perché Draghi è l’unico che può garantire la guida del governo di unità nazionale e permettere al Paese di superare le prove di fuoco interne e europee dovrebbero almeno un po’ vergognarsi di recitare un copione che è finto dalla prima all’ultima parola.

I numeri che hanno fatto l’altro giorno in consiglio dei ministri la Dadone, più alta in grado dei Cinque stelle presente con Di Maio collegato a distanza e con Patuanelli assente, e Garavaglia per conto della Lega con Giorgetti diplomaticamente scappato a Varese per evitare le ire del suo segretario Salvini, sono apparsi eloquenti a tutti.

Si è tornati per incanto al Conte 1 issando la bandiera populista giallo-verde che sembrava sepolta. Di sicuro quei numeri e quelle assenze la dicono lunga sulle reali intenzioni della politica dei partiti nei confronti di un presidente del consiglio che ha restituito credibilità all’Italia nel mondo e di cui ora temono sette anni di vigilanza dal Colle più alto, ma anche sullo stato di salute complessivo di quegli stessi partiti che è assolutamente fragile e prescinde pervicacemente dai problemi e dai bisogni delle persone.

Un consiglio dei ministri dove due delle tre fazioni del centrodestra si muovono in direzione opposta con molta determinazione non sulla gestione di una bocciofila ma nella decisione sull’atto di governo più importante per arginare la pandemia e evitare di tornare a chiudere l’economia. Un consiglio dei ministri dove la delegazione del Pd fa spettacolo e politica di teatro esattamente come gli altri e dove si percepisce a livello di governo l’aria di un partito nel quale chi è rimasto non ha mai smesso di tramare e chi ha deciso di rientrare ci mette anche un po’ di meschineria caratteriale.

In questo contesto prevale il solito equilibrio del fare di un governo che grazie alla lungimiranza e alla pazienza del suo timoniere non porta mai la barca a sbattere, ma con undici atti consecutivi restringe progressiva- mente il mare nel quale sguazzano no vax ideologici, bande estreme di matrice terrorista, i capipopolo della politica demagogica e dei talk dell’irresponsabilità italiani. Si tratta di atti coerenti diretti a ridurre i margini di operatività per chi ostinatamente non vuole tutelare la sua salute senza preoccuparsi di danneggiare anche quella degli altri e, di conseguenza, si propone di portare tutti senza proclami alla vaccinazione.

Si tratta della politica di governo fattibile che ha anticipato molto le mosse degli altri in Europa, a partire dal primo green pass, e che ha dato molto beneficio alla nostra economia, rispetto alle altre, e alla qualità della vita delle persone.

Il vero problema del Paese di oggi è tutelare questa traiettoria stabilizzante. Qualcuno vuole fare cadere questo governo e andare alle elezioni. Qualcuno ne vuole fare un altro perdendo quattro mesi. I primi e i secondi appendo- no questi quadri surreali di potere a ragionamenti altrettanto surreali sulla successione di Mattarella alla guida della Repubblica italiana. L’unica cosa di cui dovrebbero preoccuparsi se avessero un po’ a cuore il destino degli italiani è viceversa quella di preservare i valori della continuità e della coerenza di questa esperienza di governo di unità nazionale in un quadro di certezze che sancisca l’ascesa al colle più alto di chi lo ha guidato, Mario Draghi, e ne garantisca una successione coordinata agli obiettivi da conseguire alla guida dell’esecutivo. O viceversa si scelga un Capo dello Stato che garantisca come Mattarella per autorevolezza e convinzione l’esperienza Draghi con un impegno pubblico dei partiti a garantirne pienezza dei poteri e durata necessaria. Di questo, non di altro, si dovrebbe parlare. Per farlo, però, bisognerebbe avere in mente un disegno, un’idea compiuta del Paese e una visione futura dell’Italia e dell’Europa coerenti con questa impostazione.

Invece ci troviamo a fare i conti con una classe politica di governo e di opposizione che non vuole arrivare da nessuna parte. Che vuole mantenere il suo posto in scena, non trovare un accordo. Vorrebbero i capi partito un accordo se avessero un obiettivo, ma non è così tanto è vero che se gli altri sono disposti a fare il presunto accordo ne cercano subito un altro. In un contesto simile ci tocca di sentire commentatori à la page disquisire di un Draghi ridimensionato senza nemmeno porsi la banalissima domanda di che cosa avrebbe dovuto fare Draghi secondo loro.

Di che parliamo? Fare saltare il governo e avere il Paese in fallimento? Chi fa simili ragionamenti vive sulla luna. La verità è che ancora una volta Draghi ha ottenuto la sostanza delle cose senza spingersi al braccio di ferro pubblico che sarebbe stato rischioso per il Paese. Non può essere diversamente perché solo i pazzi potrebbero comportarsi alzando il tono dello scontro e accodandosi alla politica e ai media del rumore e dello spettacolo. Credetemi, non si può fare altro e meno male che questo sentiero stretto di pragmatismo non è stato ancora chiuso.

Lo stesso vale per il Quirinale. Si parla a volte a ragione a volte a vanvera di semi-presidenzialismo, ma già oggi il Capo dello Stato è nella pienezza dei poteri di arbitrare il risultato delle prossime elezioni politiche e, poiché difficilmente ci sarà un risultato netto, sarà lui a maggior ragione ad avere il pallino in mano oltre ad essere il garante per l’interno e per l’esterno dell’unità e della capacità di cambiamento del Paese. I capi partito dovrebbero interrogarsi con onestà su chi ha il profilo migliore, a partire da quello internazionale decisivo per un Paese così indebitato, al fine di esercitare al meglio queste prerogative. Si parla astrattamente di tutt’altro, mai di questo.

Continua il solito gioco delle maschere. Sono tutti contenti del protagonismo di Berlusconi che consente a tutti di dire che sono bloccati, hanno la scusa per non uscire dal loro teatrino. A tutti questi signori vogliamo ricordare che se a seguito di tali carnevalate Draghi sarà costretto a uscire in rottura con il sistema, il mondo intero penserà che è ritornata la solita Italia inaffidabile e il quadro complessivo del Paese precipiterà. Si applichino con serietà a trovare una soluzione di sistema tenendo conto del perno principale della sua credibilità che è Draghi e la facciano finita. I partiti devono rompere la cappa in cui vivono. Devono porsi il problema di sentire il Paese.

Emblematico è il caso del Pd. Che per seguire il Paese dice: viene anche D’Alema, viene anche Carofiglio, viene il giornalista di grido del talk. Vengono tutti, ma non viene il Paese. Continuano a parlare tra di loro. Il Pd e, ancora di più, gli altri continuano a fare il gioco delle maschere. Manca la sensibilità con il Paese profondo che è indispensabile per capire, ma che ti deve poi imporre non di lisciare il pelo a quella sensibilità ma di risolvere i problemi che quella sensibilità ti trasferisce.

Questo lo devi dire ai presidi. Lo devi dire ai capi delle Regioni. Lo devi dire ai padroncini delle piccole imprese. A tutti questi soggetti devi fare capire che i controlli ai tempi del Covid significano scuola in presenza, trasporto locale in sicurezza, economia riaperta che corre più degli altri.

Serve una classe di governo delle istituzioni che si ponga come facilitatore competente nella soluzione dei problemi e che trasferisca con l’esempio la cultura della serietà. Accoppiando a tutto ciò conoscenza dei meccanismi internazionali e capacità di fare gioco di squadra nel mondo. Questo serve all’Italia per diventare finalmente un Paese normale. Ricordiamocelo.


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