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Alessandro Di Battista

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Tutti i Paesi si stanno svegliando dal torpore del sonnifero monetario e chi ci presta i soldi sia a livello di mercato sia a livello europeo aspetta l’Italia al varco. Non si può espandere all’infinito il bilancio pubblico né stampare moneta all’infinito. Bisognerà crescere migliorando il livello delle infrastrutture, facendo le riforme, e tutto questo richiede credibilità, richiede capitali, richiede accordi internazionali. Siamo dentro un orizzonte molto più ampio con una leadership nazionale che non solo ci mette al riparo da un eccesso di turbolenze dello spread ma che può definire una piattaforma comune di finanza pubblica con la Francia che colloca i debiti da Covid in un’agenzia europea e rivede le fondamenta del patto di stabilità e di crescita europeo senza che i tedeschi facciano un solo attacco. Ricordiamocelo

In un Paese dove nella tv pubblica sotto gli occhi fintamente allarmati di Bianca Berlinguer un uomo che politicamente non rappresenta nessuno come Alessandro Di Battista può dire che praticamente Mario Draghi non capisce niente di economia alternando un “Bianca” dietro l’altro, è necessario ricordare che l’unico punto di caduta per evitare l’instabilità in Italia si chiama Draghi.

È bene ricordare che per il mondo intero questo è l’uomo che ha salvato l’euro e ha fatto dell’Italia in dieci mesi la locomotiva d’Europa capendo prima degli altri che per riaprire l’economia la strada era quella delle vaccinazioni e centrando tutti gli obiettivi concordati a livello europeo per il Piano nazionale di ripresa e di resilienza.

Questo capitale di credibilità è la principale garanzia che l’Italia può dare agli investitori globali che nelle stanze di comando non circoleranno più contratti anti euro alla Borghi o personaggi buffi alla Di Battista che corrono a dare sostegno ai gilet gialli in Francia, ma ancora di più che il sentiero della crescita imboccato e il programma di riforme avviato proseguiranno, che la macchina degli investimenti segnerà il cambio di passo del Paese e che la riunificazione delle due Italie consentirà all’Europa di risolvere il più grande dei suoi squilibri territoriali interni.

Fuori dell’Italia Draghi è, forse, conosciuto meglio che in casa. Se avesse voluto essere simpatico ai tedeschi da presidente della Banca centrale europea, di stanza a Francoforte, non avrebbe fatto whatever it takes e gli acquisti di titoli pubblici che sono venuti dopo, ma tutti hanno capito ora che ha fatto quello che serviva per salvare l’Europa e l’Italia. Lo hanno capito anche i giornali che in Germania lo descrivevano come il vampiro che succhiava il sangue dei tedeschi per consentire agli italiani di fare la bella vita. In Europa oggi la situazione è la seguente.

Nonostante la Bce abbia preso decisioni molto ragionevoli a dicembre e non uscirà in modo disordinato o affrettato dalla politica monetaria espansiva, i tassi stanno risalendo per effetto di tendenze inflazionistiche di carattere mondiale a partire da quelle americane. Se il passaggio delle elezioni del nuovo Presidente della Repubblica italiana e l’effetto combinato possibile su Palazzo Chigi vanno male e mettono fuori gioco del tutto la carta Draghi staremo a ridiscutere seriamente dello spread che è l’indicatore di un giudizio complessivo di affidabilità sull’Italia.

Parliamoci chiaro. Se il Parlamento non lo sceglie per la presidenza della Repubblica e dovesse lasciare anche Palazzo Chigi il Paese si ritroverebbe senza l’ombrello sulla testa di una figura come Draghi. Che vuol dire un Presidente del Consiglio che va al G7 con i Grandi che dicono “meno male che c’è Draghi” e un mondo che si è convinto che l’Italia ha voltato pagina.

L’uscita senza una motivazione comprensibile di Draghi da una delle due posizioni di guida del Paese, che non può essere quella che i partiti si sono stancati, determina una perdita di fiducia degli investitori globali e delle cancellerie europee.

Per cui all’aumento dei tassi già prodotto determinato da fattori di carattere economico internazionale si aggiungerebbero altre conseguenze di livello superiore. Perché l’Italia ha politicamente un problema che è la sua economia, la sua lunga situazione di emergenza sintetizzata da un ventennio di crescita zero frutto di un sistema partitico-mediatico lontano dal mondo reale, e su di essa si formerà il giudizio che riguarda negli anni a venire questo Paese. Più precisamente si formerà sulla base del fatto se la crescita di quest’anno a tassi da miracolo economico proseguirà, si consoliderà nei suoi connotati contro le diseguaglianze, e riuscirà an- cora una volta a incidere positivamente sul rapporto debito/prodotto interno lordo.

Tutti i Paesi si stanno svegliando dal torpore del sonnifero monetario e chi ci presta i soldi sia a livello di mercato sia a livello europeo aspetta l’Italia al varco. Noi prima ancora degli altri dobbiamo avere il coraggio di fare una constatazione seria. Il mondo intero sta fronteggiando una situazione difficile (nuovo’29 mondiale) e stiamo crescendo solo perché stiamo pompando spesa pubblica e monetaria. Non si può espandere all’infinito il bilancio pubblico né stampare moneta all’infinito. Allora bisognerà crescere migliorando il livello delle infrastrutture, facendo le riforme, molto altro ancora, e tutto questo richiede credibilità, richiede capitali, richiede accordi internazionali. Siamo passati da premiership italiane che si giustificano con la ex cancelliera tedesca Merkel perché “in casa facciamo campagna elettorale attaccando Macron” a una guida di governo italiana rispettata nel mondo che detta la linea in Europa. Che può definire una piattaforma comune di finanza pubblica con la Francia che colloca i debiti pubblici da Covid in un’agenzia europea e rivede le fondamenta del patto di stabilità e di crescita europeo senza che i tedeschi facciano un solo attacco e con il successore della Merkel che fa la sua prima visita ufficiale all’estero a Roma rendendo omaggio a Draghi.

Siamo dentro un orizzonte molto più ampio con una leadership nazionale che non solo ci mette al riparo da un eccesso di turbolenze dello spread ma che indica la capacità di mettere se stesso e il suo Paese al centro del dibattito sulla riforma delle politiche europee a partire da quelle fiscali e ambientali e sul quadrante geopolitico globale.

Qualcosa di oggettivamente irripetibile frutto della intelligenza e della lungimiranza di un Capo dello Stato come Mattarella che è riuscito a giocare al momento giusto la carta estrema del Paese. Siamo davanti a scelte in Italia che riguardano leadership politiche di assoluto valore per prevalere come quelle di Berlusconi, che peraltro nei momenti topici ha sempre mostrato senso dello Stato, e leadership politiche di assoluto valore per unire il Paese che riscuotono in casa e fuori grande apprezzamento. La politica dei partiti decida quel che vuole e il Parlamento sovrano eserciti con il massimo di libertà le sue scelte.

Si ricordino, però, tutti i grandi elettori della politica quanto vale nel mondo la carta Draghi per l’Italia e abbiano almeno la forza di non farsi influenzare dal talk a reti unificate che porta nelle loro case solo la voce degli “statisti” del populismo informativo e politico. Si ricordino che la battaglia politica in corso in questi giorni che riguarda Quirinale e Palazzo Chigi vale per l’oggi, ma ancora di più per il domani e il dopodomani. Si ricordino tutti che ciò che conviene all’Italia conviene agli italiani. Che è tempo di avere bene a mente che l’interesse generale viene prima di tutto.


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