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I presidenti delle Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia, Zaia e Fedriga

Tempo di lettura 5 Minuti

Il “bravo ragazzo” Fedriga dalla cabina di comando della Conferenza Stato-Regioni maneggia con leggerezza la bomba a mano della disintegrazione istituzionale. Ha in testa il suo Vangelo: le Regioni sono il governo di fatto della Repubblica italiana. Il pendolo demagogico tra Salvini e Pd genera un meccanismo autodistruttivo. Il governo Draghi mette in campo un bazooka di investimenti pubblici da 250 miliardi fatto a regola che è un Progetto Paese, ma non bisogna sbagliare la governance e cambiare appalti, pubblica amministrazione e giustizia civile. Perciò è urgente che la musica politica di questo governo cambi immediatamente registro e le Regioni si allineino

Eravamo stati facili profeti. Avevamo scritto qualche giorno fa: non sprechiamo la carta Draghi.  Lo ripetiamo. Perché il pendolo quotidiano sul nulla più o meno demagogico tra Salvini e le anime più oltranziste del Pd demolisce giorno dopo giorno il concetto di governo di unità nazionale e produce un meccanismo autodistruttivo.

Perché il “bravo ragazzo” Fedriga dalla cabina di comando della Conferenza Stato-Regioni maneggia con leggerezza la bomba a mano della disintegrazione istituzionale. Ha in testa il suo Vangelo: le Regioni non rispondono della loro cattiva amministrazione territoriale, non tassano e spendono perché spendono solo con i soldi degli altri, ma sono il governo di fatto della Repubblica italiana. Per cui se Palazzo Chigi non è più lo stuoino delle loro scarpe e non esegue i loro ordini al millesimo sulla riapertura delle scuole o sugli orari del coprifuoco apriti cielo! Semplicemente ridicolo.

Sono gli stessi Capi delle Regioni che hanno fatto il pieno con il governo Conte due e con lo stesso governo Draghi di fondi pubblici miliardari per finanziare il loro dissestato trasporto pubblico locale e il loro dissestato bilancio regionale sottraendo il pane ai ristoratori che fanno finta di difendere fuori da ogni logica e la scuola ai ragazzi perché non sanificano i bus e tengono blindato nelle loro casse il bottino di fondi pubblici strappati a tutti e a tutto con l’indebito privilegio dell’arroganza politica.

Perché le loro clientele e gli stipendioni d’oro delle più inefficienti burocrazie italiane che sono quelle regionali vengono anche prima dei lutti della Pandemia e del nuovo ’29 mondiale. Proviamo ribrezzo. Lo diciamo inascoltati da molto tempo: se non si mettono in riga i Capetti delle Regioni quasi tutti da Nord a Sud, perché qualcuno è meglio degli altri, l’Italia è come un bambino che non può crescere perché ha venti pesi di ferro che ne schiacciano la schiena e deformano testa e corpo.

Il primo problema competitivo del Paese è questo federalismo all’italiana miope con la pancia piena frutto dell’ingiustificato vantaggio della spesa storica che ha riempito le Regioni ricche di Destra e di Sinistra di decine e decine di miliardi di spesa pubblica non dovuta. Che ha, a sua volta, alimentato il peggiore assistenzialismo e ha reso permeabile all’infiltrazione delle organizzazioni criminali sempre più vasti settori dell’economia foraggiati dall’area pubblica. Questa è la cruda realtà che la foglia di fico stesa dall’ipocrisia politica di Bonaccini riusciva a nascondere e che la maldestra leggerezza del più compìto dei Capetti della Lega di Salvini ha messo immediatamente a nudo.

Se riusciamo a sollevarci da queste miserie scopriremo che abbiamo l’occasione storica di un governo di unità nazionale guidato dal cittadino europeo più stimato del mondo che con una squadra di prim’ordine a partire dal ministro dell’Economia, Daniele Franco, ha fatto in pochi mesi quello che in un anno non era stato fatto e, adottando il modello francese, riesce a definire un piano integrato di investimenti pubblici che tra Pnrr (191,5 miliardi), Fondo complementare e annesso piano (altri 40 miliardi, di cui 10 solo per la Salerno-Reggio Calabria) e restituzione al Sud di altri 15/16 miliardi di Fondo di Sviluppo e coesione può mettere in campo un bazooka di investimenti pubblici da 250 miliardi. Vogliamo essere molto chiari. Queste non sono favole.

Sono soldi veri. A patto che la musica politica di questo governo cambi immediatamente registro e le Regioni si allineino. Tutti i finanziamenti saranno a saldo di prestazione. Per cui la prima delle riforme da adottare è quella che abbiamo anticipato ieri e riguarda la nuova governance del piano allargato e lo snellimento delle procedure di spesa pubblica per gli investimenti legati a tutte e sei le missioni. La solita politichetta italiana ha già ottenuto che il provvedimento unico si spacchetti in due.

Non è un buon segno perché vuol dire che il concerto della politica che da sempre blocca tutto non ha deposto le armi. Poi bisogna cambiare non a parole pubblica amministrazione e giustizia civile. Per il Mezzogiorno sono in gioco molto più di 100 miliardi con una forza d’urto importante nei prossimi tre anni e a proseguire. Solo nelle infrastrutture per la mobilità sostenibile siamo a 14,53 miliardi pari al 53,2% ma può salire ancora molto e tocca i punti nevralgici di treni veloci, porti, retroporti, logistica.

Digitale, transizione ecologica, scuola e ricerca: emerge con chiarezza una coerenza meridionalista negli investimenti pubblici smarrita da decenni. Ci sono solo due insidie vere e un pericolo. Prima insidia. Un parlamento che smonti parte della dotazione di risorse per gli investimenti pubblici al Sud sostituendole con marchette e incentivi diretti al Nord grazie al solito voto congiunto sottobanco della Destra Leghista e della Sinistra Padronale. Seconda insidia. L’ostruzionismo della politichetta centrale e regionale per bloccare quella nuova governance e quelle nuove procedure che ridanno dignità alla politica con la P maiuscola e tolgono l’acqua delle clientele che condanna il Paese da venti anni alla crescita zero. Pericolo. 

Che si perda tempo a inseguire vecchi e nuovi capipopolo che vogliono solo qualche appannaggio politico per loro invece di concentrarsi sulla capacità di fare buoni progetti affidandosi a chi li sa fare e rimettendosi in gioco con le regole nuove. Speriamo che tutti rinsaviscano velocemente e si rendano conto che un Paese che ha dovuto fare 500 miliardi di nuovo debito da qui al 2026 e che ha il primato negativo della crescita in Europa può ripartire solo se cambia la macchina e si affida al suo nuovo conducente. Almeno per il tempo strettamente necessario a cambiare le abitudini. Altrimenti finita l’orgia monetaria il Paese sprofonda e tutti si ricorderanno quanto siano stati attivi capi e capetti della propaganda italiana nel farci rotolare tutti giù nel burrone.


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