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La sede di Cassa depositi e prestiti

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Sul ruolo dello Stato e delle Regioni e sul nuovo corso in Cassa Depositi e Prestiti dove a partire da Cdp equity e da Di Stefano molto deve cambiare, si gioca un pezzo rilevantissimo della partita del Recovery e del futuro dell’Italia. Le mani dei Capi delle Regioni devono essere tenute fuori dalla gestione dell’assunzione dei mille esperti digitali, ingegneri e così via da ripartire tra le Regioni. Bisogna fare un albo nazionale e solo dopo si mandano le persone selezionate alle singole Regioni sulla base dei progetti che quella Regione deve attuare sul suo territorio. La ripartizione deve avvenire in base ai progetti e alla loro qualità garantendo al Mezzogiorno la priorità riconosciuta dal piano

Quanti sanno che c’è una squadra di pallone quasi al completo tra titolari e riserve di commissari per il dissesto idrogeologico e che i giocatori sono quasi tutti Presidenti di Regione? Quanti sanno che non fanno niente e spendono sì e no cinquanta milioni l’anno?

Quanti sanno che molti di questi Presidenti di Regione delegano a loro volta dirigenti regionali che non hanno tempo e non fanno niente? Quanto ci vuole a capire che queste strutture commissariali vanno depotenziate prendendo da qualche altra parte a livello centrale le competenze giuste (esistono) altrimenti le Regioni non faranno mai niente perché vogliono essere pagate a parte?

Lo hanno fatto per il trasporto locale addirittura con l’emergenza Covid sistemando i loro bilanci e facendo un danno all’intero Paese, ma lo fanno su tutto contro tutti perché non concepiscono un modo diverso di amministrare che non sia quello di farsi spesare tutto dal bilancio pubblico nazionale.

Vogliono sempre essere pagate a parte perché per loro non vale che dovrebbero farlo nell’ambito del loro ruolo istituzionale. Se non hanno soldi in più, se non finanzi l’assunzione a vita di personale nuovo e magari non paghi loro gli straordinari per quello che hanno già in carico, allora i commissari regionali e i loro dirigenti delegati non fanno nulla.

Questa è la dura, amara, realtà di un Paese bloccato da vent’anni sull’altare degli interessi più o meno confessabili dei ras delle Regioni del Nord e degli sceriffi delle Regioni del Sud.

Servono un ufficio speciale centrale per il dissesto e competenze nuove motivate che agiscano in rete tra amministrazioni ministeriali e regionali cambiando completamente la musica. Perché il concerto dei mandarini regionali di prima può romperti i timpani ma non riuscirà a chiudere una frana o sistemare un invaso. Non è arte loro.

Attenzione, perché sul ruolo dello Stato e delle Regioni e sul nuovo corso in Cassa Depositi e Prestiti si gioca un pezzo rilevantissimo della partita del Recovery e, quindi, del futuro dell’Italia. Le mani dei Capi delle Regioni devono essere tenute fuori dalla gestione dell’assunzione dei mille esperti digitali, ingegneri, geometri, architetti da ripartire tra le regioni. Bisogna fare un albo nazionale, fare un concorso nazionale, e dopo, solo dopo, si mandano le persone selezionate alle singole Regioni sulla base dei progetti che quella Regione deve attuare sul suo territorio.

Guai, dico guai, se invece di spedire da Roma in base alla domanda del territorio e alla offerta di specializzazione dell’albo, si decidesse di dire ripartiamo preventivamente le nuove risorse tra le Regioni. Perché appena si mette piede nella Conferenza unificata delle ingiustizie, tutto procederebbe con il solito criterio di alto tradimento della Costituzione che è la ripartizione del pro capite sempre e solo in base alla spesa storica. Questa vergogna deve cessare soprattutto con fondi europei di un programma nazionale che persegue il riequilibrio territoriale.

La ripartizione deve avvenire in base ai progetti e alla loro qualità avendo cura di garantire al Mezzogiorno la priorità riconosciuta dal piano e quella sala progetti che può salvare l’Italia intera, non una sua parte.

Non deve assolutamente passare il principio di “pagare” il peso politico trasversale dei Capi delle Regioni dando loro i soldi che vogliono attraverso un’operazione preventiva di ripartizione con l’equivalente in denaro perché a comandare devono essere la qualità dei progetti e l’impianto coraggioso delle scelte operate per combattere le disparità territoriali, di genere e giovanili. I fondi vanno a finanziare progetti nazionali sul territorio con procedure più veloci decise a livello centrale. Punto.

Così come deve essere chiaro a tutti che dentro il Progetto Italia la missione della Cassa Depositi e Prestiti non è fare la nuova Iri ma favorire le condizioni di contesto per la mobilitazione finalmente efficace degli investimenti pubblici e privati. Così come deve essere chiaro a tutti che né i “damerini” della Sace alla Latini strapazzati dalla presidente della commissione banche, Carla Ruocco, né, ancora di più, chi come Pierpaolo Di Stefano ha guidato Cdp equity alternando titubanze e lungaggini a interventi in aziende in crisi prima e dopo hanno i titoli per partecipare a un cambiamento di indirizzo e di azione della portata di quello che saprà fare di sicuro Dario Scannapieco.

Perché se l’Italia deve tornare a essere un Paese normale le competenze e i risultati sono pietre miliari. Per questo siamo fiduciosi che a partire da Di Stefano molto presto uomini e cose cambieranno. Di molto.


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