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Il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca

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Il Lazio da questa settimana prenota i sessantenni per il vaccino. La Lombardia comincia a prenotare i settantenni. Eppure il Pirellone incassa l’assegno più pesante del servizio pubblico sanitario (20 miliardi l’anno) e ha goduto dei ricchi trasferimenti del turismo sanitario. Dal lanciafiamme in poi De Luca ha fatto sempre come voleva. Sulle scuole come sulle chiusure. Ma fa finta di dimenticarsi che questo giornale gli chiede da due anni di rivolgersi alla Corte costituzionale con gli altri Presidenti di Regioni meridionali perché non è tollerabile che un cittadino emiliano-romagnolo riceva 84,4 euro di investimenti pubblici per la sanità e un cittadino campano o pugliese poco più di venti

Il Lazio da questa settimana prenota i sessantenni per il vaccino. La Lombardia comincia a prenotare i settantenni. Dieci anni esatti separano una Regione che ha la capitale d’Italia e ha visto la sua spesa sanitaria falcidiata nella lunga stagione dei commissariamenti da quella che ha la capitale economica, incassa l’assegno più pesante del servizio pubblico sanitario (20 miliardi l’anno) e ha goduto dei ricchi trasferimenti del turismo sanitario interno a favore di un sistema privato foraggiato dall’intervento pubblico come in nessun’altra regione. Qui c’è l’inizio e la fine di un sistema sanitario regionale frammentato che non sa riconoscere le sue priorità che sono la medicina sul territorio e gli ospedali pubblici.

Il Presidente della “Repubblica autonoma” della Campania, lo sceriffo Vincenzo De Luca, annuncia che non partecipa più alla Conferenza “Regioni-Stato” e tuona: priorità agli anziani, ma subito dopo precedenza alle categorie economiche, precedenza a chi lavora alle Poste e negli enti locali, alle commesse nei centri commerciali, e nelle isole finiti gli anziani si procede con tutte le categorie fino alla diffusione capillare delle vaccinazioni”. 

Dal lanciafiamme in poi De Luca ha fatto sempre come voleva. Sulle scuole come sulle chiusure.  Forse, andava fermato prima. Chiede i vaccini che la Regione Campania ha avuto in meno rispetto alla popolazione, ma fa finta di dimenticarsi che questo giornale gli chiede da due anni di rivolgersi alla Corte costituzionale con gli altri Presidenti di Regioni meridionali perché non è tollerabile che un cittadino emiliano-romagnolo riceva 84,4 euro di investimenti pubblici per la sanità pro capite e un cittadino campano o pugliese poco più di 20. Potremmo ulteriormente segnalare che a Musumeci e De Luca che vogliono le isole Covid Free uno “spodestato” Bonaccini, che è quello che ha tutelato in modo sfrontato la cassa più ricca per i suoi cittadini, intima categorico: no ai privilegi.

Il nuovo arrivato alla guida della ribattezzata “Regioni-Stato” Fedriga, che sulla ripartizione anomala della spesa pubblica per scuola, sanità e mobilità, è il clone al cubo di Bonaccini perché indossa l’abito dello statuto speciale, si occupa solo di riaperture e parla di scollamento tra popolazione e istituzioni. Qui c’è l’inizio e la fine di un sistema istituzionale regionale che ha fatto perdere vent’anni all’Italia e ne tiene in scacco il futuro.

Se continuano così il minimo che può succedere loro è che gli italiani cambino canale appena vedono la testa di uno dei venti. Sono così tanti e esprimono così bene plasticamente la crisi strutturale italiana che viene molto prima del Covid – fatta di ego ipertrofici, miopi egoismi, distacco totale dalla realtà – che c’è il rischio di non trovare un canale libero dai loro faccioni e dai loro vocioni roboanti da dovere chiudere la tv prima di assistere per colpa loro alla chiusura dell’Italia.

I Comuni implorano che le risorse per la scuola vengano date direttamente a loro perché se passano per le Regioni loro non vedono più niente.    

La città  metropolitana di Napoli è  contro il presidente della Regione Campania e, quindi, colpi di teatro a parte, il presidente della Regione Campania è come se fosse il sindaco di Avellino, Salerno perché Caserta è risucchiata dall’area metropolitana di Napoli. Se il Presidente della Regione Lazio non trova l’accordo con il sindaco di Roma, che è la capitale d’Italia, alla fine diventa anche lui il presidente di Rieti, Viterbo, Latina e Frosinone. 

Questa situazione istituzionale terribile, prima che ridicola, non è più riportabile nemmeno sotto il controllo dei partiti perché il Doge del Veneto Zaia da Salvini non prende ordini e lo sceriffo De Luca non ce lo vediamo a dare ascolto a Enrico Letta.  A questo punto, è evidente che  Draghi deve porsi il problema di “riconquistare” le regioni perché non basta più “siamo tutti sulla stessa barca” in quanto i Fedriga, i Bonaccini, i Fontana, i Giani non mollano i loro scrigni di privilegi e i loro colleghi del Sud accentueranno gli aspetti folcloristici e cavalcheranno la rabbia popolare che cumula povertà antiche e paure nuove. I primi, Destra e Sinistra insieme, a partire da Fedriga, non riescono a capire che se continuano a scassare tutto ci andranno di sotto anche loro perché a furia di soffiare sul fuoco i cittadini se la prenderanno direttamente con loro.

La sfida della politica della complessità è quella di mettere in fila cose contrapposte, di trovare il modo di fare convivere gli opposti. Con questo Stato Arlecchino dove si sono persi da tempo i valori della solidarietà e le ragioni unitarie di un Paese non ci si riesce. Siamo favorevolissimi che il coordinamento politico del Recovery Plan sia a Palazzo Chigi e quello tecnico alla Ragioneria generale presso il Mef. Prima di assistere allo spettacolo che siamo fermi anche quando i vaccini ci sono o al teatro dei mille interessi e delle mille vanità regionali sul Recovery Plan che ci fanno perdere un sacco di soldi, il governo di unità nazionale faccia votare in Parlamento una legge quadro speciale che attribuisca allo Stato i poteri di richiamo delle competenze regionali anche di quelle esecutive. Su entrambi i fronti non possiamo permetterci le distrazioni di prima.

Anche perché purtroppo la consapevolezza che Draghi è la carta estrema di questo Paese non prende corpo nonostante l’emergenza sociale. L’intervento pubblico e gli acquisti della Banca centrale europea consentono alla politica e ai suoi capi regionali di continuare a recitare il solito copione della demagogia. Non sanno loro e il giostraio di turno della Conferenza “Regioni-Stato” che fra poco la giostra si ferma e non riparte più.


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