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Studenti in un'aula universitaria

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Nella produzione industriale addirittura l’Italia ha il primato europeo mentre la Germania è il fanalino di coda tra le grandi economie europee. Avere riaperto la scuola e avere lo 0,19% di contagiati tra gli studenti e l’1% in quarantena contro le centinaia di migliaia di studenti inglesi e tedeschi contagiati fa la differenza. Avere le terapie intensive che non si riempiono a differenza degli altri Paesi europei. Avere tassi di crescita del Pil quasi tre volte superiori a quelli tedeschi e avere fatto in pochi mesi la riforma della giustizia penale e della pubblica amministrazione con reclutamenti a raffica per mettere le amministrazioni meridionali nella condizione finalmente di fare buoni progetti e di spendere nei tempi dovuti significa fare le cose. Significa muoversi nei fatti per provare a riunire le due Italie proprio mentre la Germania che su questo da sempre ci ha dato lezione in piena pandemia riscopre le sue tante Germanie

L’EUROPA fa i conti con il suo nuovo grande malato. Si chiama Germania. Non ha un nuovo governo e le contraddizioni programmatiche tra liberali e socialdemocratici anche sui principi cardine dell’Europa non sono bazzecole. Nel frattempo viaggia a fari spenti verso la catastrofe nella nebbia pandemica globale. Prova in questi giorni a fare quello che l’Italia ha fatto con il green pass diversi mesi fa e la cancelliera Merkel in persona parla senza mezzi termini di situazione drammatica. In Baviera le rianimazioni sono al collasso e è partita la fuga verso l’ospedale di Merano. La Sassonia ha raggiunto il suo limite di terapie intensive. L’economia tedesca per gli standard storici del Paese si è praticamente fermata. Ha ritmi di crescita del prodotto interno lordo e della produzione manifatturiera che sono pari a poco più  di un terzo di quelli italiani.

Nella produzione industriale addirittura l’Italia con la Polonia ha il primato europeo mentre la Germania è il fanalino di coda tra le grandi economie europee. Anche sul piano strutturale a livello industriale e sociale emergono crepe che hanno radici profonde e che per un lungo periodo si è ritenuto che fossero state chiuse per sempre.

Non c’è più la Germania ma tante Germanie che non sono i tanti primi ministri dei suoi laender ma sono proprio pezzi di economia e di società di nuovo più distanti tra di loro perché di nuovo più lontani in termini assoluti e sempre incapaci di dialogare e agire in modo unitario. Il Grande corpaccione industriale della Baviera e dell’area del Reno continua a tenere. La Germania dell’Est continua ad avere problemi. La Pandemia che non finisce, anzi accelera, e la instabilità politica che accompagna – esaltandola – la perdita di leadership europea dovuta all’uscita di scena della Merkel e alla necessità di vedere quanto meno all’opera il suo successore non fanno che moltiplicare al cubo i problemi che sono già gravi di per sé.

Scusate, cari lettori, questa lunga premessa ma mi serve per fare capire a chi ostinatamente non vuole capire il momento magico che l’Italia sta vivendo e come il governo di unità nazionale e la Nuova Ricostruzione uniti alla leadership internazionale di Mario Draghi rappresentino per questo Paese un’occasione che non ci possiamo permettere il lusso di sprecare. Avere riaperto la scuola e avere lo 0,19% di contagiati tra gli studenti e l’1% in quarantena contro le centinaia di migliaia di studenti inglesi e tedeschi contagiati fa la differenza. Avere le terapie intensive che non si riempiono a differenza degli altri Paesi europei. Avere tassi di crescita da locomotiva europea e avere fatto in pochi mesi la riforma della giustizia penale e della pubblica amministrazione con reclutamenti a raffica per mettere le amministrazioni meridionali nella condizione finalmente di fare buoni progetti e di spendere nei tempi dovuti significa fare le cose. Significa muoversi nei fatti per provare a riunire le due Italie proprio mentre la Germania che su questo da sempre ci ha dato lezione riscopre le sue tante Germanie.

I certificati digitali da casa e i nuovi controlli su bonus varii e redditi di cittadinanza sono segnali di un cambiamento che si nutre anche di piccole cose ma che va capito perché solo così diventa spirito costruttivo comune. Perché solo così la Nuova Ricostruzione si può nutrire di quella fiducia contagiosa dei governi centristi degasperiani e poi del primo centrosinistra fanfaniano-moroteo che furono alla base del miracolo economico del dopoguerra.

Diciamo tutto questo perché continuiamo a essere convinti che l’Italia sarà il Mezzogiorno industriale che sarà e il Mezzogiorno sarà il Mezzogiorno industriale che sarà se si tornerà a investire come si deve sulla scuola tecnica, sul capitale umano, sulla classe docente di ogni ordine e grado, sull’università e sulla ricerca, sulle sue capitali che sono Napoli e Bari e se si sarà capaci di rompere una volta per tutte l’isolamento di Calabria e Sicilia. C’è una filiera unitaria del futuro che parte dai banchi di scuola e arriva all’università avendo in testa industria e ricerca di qualità. Si integrano in un solo circolo virtuoso scuola, formazione e manifattura che a loro volta significano terziario avanzato in una logica unitaria di sistema Paese.

Per questo, a nostro avviso, la battaglia della ministra Carfagna per la decontribuzione delle imprese che operano nel Mezzogiorno appartiene a quelle riforme che cambiano la faccia dell’Italia, non del Sud. Bisogna puntare a renderla strutturale dimostrando, da un lato, di avere ritrovato capacità di esecuzione nella transizione ecologica come  nella digitalizzazione, investendo nelle ferrovie veloci, nei porti e nella banda larga e trovando, dall’altro, pragmaticamente il “chiodo giuridico” su cui questo strumento di accompagno della nuova politica meridionalista e industrialista potrà appoggiarsi per costruire almeno fino al 2029 la parete della nuova Italia.

Per questo va altresì ascoltato il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, quando chiede un segnale vero per i nostri docenti coniugato ovviamente con tempi e modi nuovi di fare didattica perché la partita del futuro si gioca sul terreno della motivazione economica e dell’innovazione. Anche questo segnale si deve avvertire in maniera forte e chiara negli istituti tecnici specializzati del Mezzogiorno che devono crescere e moltiplicarsi e nell’istruzione di base che è l’investimento civile più importante di una nazione. 

Conosciamo senza presunzione meglio di tutti i vincoli di bilancio e i rischi inflazionistici collegati a contratti pubblici onerosi perché di massa ma questo segnale ben calibrato va dato perché senza un nuovo capitale umano la Nuova Ricostruzione non ci sarà. Bisogna recuperare lo spirito del dopoguerra quando Tv pubblica, scolarizzazione di massa, infrastrutturazione di base e  industrializzazione fecero il miracolo di trasformare un Paese agricolo di secondo livello prima in un’economia manifatturiera di qualità  e poi in una potenza economica mondiale partendo dal suo Mezzogiorno che cresceva a ritmi più elevati del Nord.

Ora o mai più. Lupi no vax e soci mediatici permettendo.


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