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ECCOCI, ci siamo. I capi di Stato e di governo dell’Unione europea si ritrovano in modalità remota, per dimostrare la loro vicinanza, o meglio per dimostrare che esiste ancora un’Unione europea. In questi giorni abbiamo visto i governi del vecchio continente muoversi in maniera del tutto disordinata, arrivando uno dopo l’altro, man mano che il virus risaliva le valli verso il nord Europa, a chiudere le frontiere, mettendo quindi in quarantena il Trattato di Schengen e mezzo secolo di unità europea. Nel contempo i governi hanno posto in campo interventi monetari sempre più pesanti, che però hanno sortito effetti molto deludenti sul mercato azionario, che inesorabilmente sta dimostrando di non accontentarsi più di vecchie ricette.

I NODI AL PETTINE

Siamo in piena «crisi della liquidità» come scriveva Lord Keynes, allorché i mercati borsistici cadevano e la liquidità non riusciva a trovare attività in cui impiegarsi. Continuare a pompare liquidità nel sistema può tamponare gli effetti del blocco generalizzato delle attività, ma non certo risolvere il problema della rivitalizzazione economica dell’anemica Europa. In realtà, come abbiamo scritto più volte in questi giorni sospesi, i nodi vengono al pettine, e l’aver favoleggiato per anni che la moneta unica potesse reggersi senza una comune politica fiscale e di bilancio, così come senza una politica industriale che riguardasse tutto il continente, si sta traducendo nel momento del bisogno in una fragilità interna che sta minando l’Unione stessa. In piena unione monetaria, infatti, gli Stati nazionali hanno mantenuto nei loro poteri la leva fiscale, giungendo al paradosso di una competizione fiscale fra Paesi appartenenti alla stessa unione politica, ad esempio con una tassazione sulle società tanto diversa fra loro che la stessa Fiat, nel momento della riorganizzazione in Fca, ha potuto mettere la sua sede legale ad Amsterdam e sede fiscale a Londra, giocando proprio sulle diverse linee di tassazione.

AZIONE DI RILANCIO

Non vi è dubbio che sia necessario ora coordinare gli interventi monetari, perché puntare i bazooka al vento serve ben poco, ma diviene necessario mettere in campo da parte dell’Unione interventi infrastrutturali, che trascinino al rilancio la già lenta economia europea, finanziata con mezzi propri e quindi con una propria capacità di emissione – siano eurobond o sue forme analoghe – e ridiano un orientamento comune a quel Fondo salva stati, che nella sua formulazione risentiva molto della impostazione del Fondo monetario internazionale, cioè prestiti verso riforme preconfezionate. In ogni caso in questi giorni si decide nei fatti il futuro dell’Europa. Dopo la gestione fiacca e sfibrata di questi ultimi anni, ora l’Unione europea deve fare un passo in avanti per non essere travolta e ritrovarsi solo all’inseguimento delle proprie inerzie passate.

STRUMENTI NUOVI

Vanno trovati nuovi strumenti che riportino l’asse delle politiche sulla produzione: certo diversa dal passato, ma produzione di beni e servizi e quindi di valore aggiunto, altrimenti la prossima partita da giocare sarà come prosciugare le nostre economie dalla liquidità introdotta forzatamente, ma non trasformata in lavoro.

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