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Mathias Cormann

Tempo di lettura 4 Minuti

È lo strano caso di Mister Cormann. Al G-20 si aggira per i suoi compiti istituzionali un singolare personaggio. Si tratta di Mathias Cormann, il nuovo segretario generale dell’Ocse che a Matera ha incontrato tutti i massimi esponenti italiani e internazionali. Il suo è ovviamente un ruolo di altissimo livello per il peso dell’organizzazione nel campo degli studi economici per i Paesi sviluppati ma anche nella cooperazione internazionale.

L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) è un’istituzione prestigiosa, nata nel 1960 con sede a Parigi su iniziativa di 20 Paesi fondatori, tra cui l’Italia, e conta, a oggi, 37 Paesi membri. Il suo obiettivo è promuovere, a livello globale, politiche che puntano a migliorare il benessere economico e sociale dei cittadini. E già questo si scontra in parte con la biografia di Cormann che pure esibisce un curriculum brillante: nato in Belgio nel 1970, emigrato in Australia nel 1996, è stato ministro delle Finanze tra il 2013 e il 2020, capo del Senato tra il 2017 e anche ministro della Pubblica amministrazione nel 2018-2019.

LE MILLE PERPLESSITÀ

Cosa c’è che non va in Cormann? Sembra che sia stato scelto, come dire, fuori tempo massimo, figlio di un periodo storico diverso, quello del liberismo selvaggio, e di una fase della politica internazionale definita in Usa durante l’era Trump e contraria a ogni istanza ecologica e persino del buon senso.

Insomma, un figlio del trumpismo a scoppio ritardato e per di più nel mezzo di una pandemia che ha segnato il grande ritorno dell’intervento dello stato nell’economia per sostenere lavoratori e imprese. In marzo l’ex ministro delle Finanze di Canberra, esponente del partito liberale di centrodestra, è stato eletto nuovo segretario generale dell’Ocse dagli ambasciatori dei 37 Paesi membri dell’organizzazione al posto del messicano Angel Gurria, che ha diretto l’istituzione per 15 anni.

La notizia aveva sollevato subito le gravi preoccupazioni dei gruppi ambientalisti per i suoi precedenti sul cambiamento climatico. Ma anche qualche interrogativo politico sul risultato del voto che è a scrutinio segreto. È infatti emerso che l’australiano era stato eletto con una «stretta maggioranza durante la riunione dei capodelegazione», sconfiggendo la svedese Cecilia Malmström, ex commissaria europea al commercio, sostenuta dalla Ue.

L’ATTACCO DEGLI AMBIENTALISTI

L’elezione di Cormann è avvenuta nel momento in cui gli europei non sono stati in grado di fare blocco per la loro rappresentante la Malmström, candidata ufficiale di Bruxelles. Se l’ex ministro australiano è stato capace di soffiare la poltrona all’Unione europea questo è stato dovuto alle divisioni interne della Ue che si è esposta, grazie allo scrutinio segreto, al vecchio gioco dei franchi tiratori che ovviamente favorisce gli accordi sottobanco. I primi a tuonare contro Cormann sono stati naturalmente gli ambientalisti, per altro ancora prima che la spuntasse sulla concorrente europea.

La candidatura di Cormann alla guida dell’Ocse era stata criticata dalle associazioni ambientaliste per le sue posizioni sul tema della lotta al cambiamento climatico. Una trentina di esperti e gruppi di attivisti avevano inviato una lettera all’Ocse in cui si dichiaravano «gravemente preoccupati» per la possibile elezione di Cormann.

Quando la scelta dell’ex ministro australiano è diventata ufficiale, Jenifer Morgan, direttrice di Greenpeace, è stata lapidaria: «Abbiamo ben poca fiducia nelle capacità del signor Cormann di affrontare le problematiche legate ai cambiamenti climatici, visti i suoi abominevoli precedenti, inclusa la sua strenua opposizione al carbon pricing». Il carbon pricing è uno strumento che permette di attribuire un valore economico alla CO2 con l’obiettivo di aiutare le imprese a monitorare e adattare la propria strategia ai potenziali rischi e opportunità legati alla transizione verso un’economia a basse emissioni.

Oggi il carbon pricing è considerato uno dei migliori strumenti per affrontare i rischi e le opportunità associati al cambiamento climatico. È diventato parte essenziale di una strategia che vuol combattere il cambiamento climatico, mitigare i rischi e capitalizzare le opportunità.

LA BOCCIATURA DEL FINANCIAL TIMES

E a Mister Cormann, che viene dall’Australia, primo esportatore mondiale di carbone e Paese responsabile del 17% dell’immissione di gas serra nell’atmosfera, tutto questo – carbon pricing compreso – non piace. Per la verità il suo faccione rotondo non è gradito non soltanto agli ambientalisti militanti ma persino a un giornale di tendenze liberiste come il Financial Times.

Il quotidiano britannico, dopo l’elezione all’Ocse, ha scritto un editoriale piuttosto scettico su Cormann. «La maggiore priorità dell’Ocse nei prossimi decenni – ha scritto il Financial Times – sarà quella di aiutare i Paesi membri a compiere una transizione verso un’economia a basse emissioni e Cormann non sembra l’uomo giusto per attuare questa trasformazione».

VISIONE ECONOMICA ULTRALIBERISTA

Anche le idee economiche ultraliberiste di Cormann sono discutibili. «Siamo arrivati a un punto critico, le ineguaglianze non sono mai state così forti nei Paesi Ocse», aveva detto già tempo fa il predecessore di Cormann, Angel Gurria. E ora, con la pandemia, sono aumentate ancora di più.

Lo stesso Gurria era intervenuto per correggere una certa schizofrenia dell’Ocse che per anni aveva suggerito la liberalizzazione del mercato del lavoro e il taglio ai diritti come soluzione per uscire dalla crisi e combattere la disoccupazione. Una ricetta che veniva presentata come Tina (there is no alternative) a tutti gli stati della Ue. Eppure anche all’Ocse era iniziata a maturare un’altra visione, che vede nelle diseguaglianze un fenomeno permanente, frutto di scelte e non di fenomeni inevitabili. Non la conseguenza fatale della globalizzazione ma di come l’abbiamo gestita. Chissà se a Mr. Cormann fischiano le orecchie.


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