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Erdogan

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Inutile piangere su Santa Sofia ridiventata moschea. A Erdogan del dialogo inter-religioso e culturale non importa niente. Al massimo negozia con la Russia per la Siria e la Libia, sul resto cerca di imporre la sua volontà agli americani e agli europei di cui è alleato nella Nato e rimane comunque aspirante membro dell’Unione.

Sembra un paradosso, allo stesso tempo tragico e ridicolo, ma è così: questa è la stessa Turchia che ci ricatta con i profughi sulla rotta balcanica e ora anche su quella Nordafricana, che usa i jihadisti affiliati di Al Qaida in Siria e Libia, che massacra i curdi nostri alleati contro il Califfato e per i quali non abbiamo mosso un dito,

eppure imposto una delle sanzioni che usiamo abbondantemente contro Siria, Iran e Venezuela. E aggiungiamo che Israele si annette Gerusalemme e i luoghi sacri dell’Islam senza che noi diciamo una parola. Ecco perché non fermiamo Erdogan: il Reis turco ha capito perfettamente che siamo dei vigliacchi e preferiamo pagarlo e demandare a lui il “lavoro sporco”, come quello sui rifugiati siriani o africani.

Poi naturalmente dopo la mano si prende il braccio, fino a pretendere di estendere la sua zona economica “esclusiva” sulle risorse di gas e petrolio dalle coste turche a quelle libiche. Ma la colpa è nostra: quando il governo Sarraj ha chiesto aiuti contro il generale Haftar che lo assediava a Tripoli si è rivolto alla Turchia soltanto dopo che glielo abbiamo rifiutato noi italiani, la Gran Bretagna e gli Usa.

Con l’annullamento del decreto del 1934, varato all’epoca di Ataturk, che trasformò Santa Sofia in museo, Erdogan ha stabilito che la riconversione in moschea del monumento simbolo di Istanbul è un “diritto sovrano” della Turchia. Santa Sofia, basilica del sesto secolo e diventata moschea nel 1453 con la caduta di Costantinopoli, da ora non è più di competenza del ministero del turismo ma del “Diyanet”, l’autorità statale per gli affari religiosi, che gestisce le moschee, e sarà riaperta alla preghiera islamica. Discorso chiuso e decisione presa senza consultare nessuno fuori dalla Turchia, neppure l’Unesco, e tanto meno gli Usa, la Russia, l’Europa, il Vaticano e le autorità ortodosse che della chiesa bizantina sono gli eredi morali. Tutti si dicono addolorati per questa decisione.

Ora qui c’è poco da essere contriti ma chiedersi come si è arrivati a questo punto e perché la Turchia intende imporre la sua volontà, politica e militare sul Mediterraneo e oltre.

La verità pura e semplice è che la comunità internazionale ha lasciato mano libera al raìs più fondamentalista diventato leader di uno stato nominalmente laico e secolarista. A un leader che cinicamente sfrutta ogni occasione per tentare di rafforzare il suo potere. Dopo avere perso con le municipali dell’anno scorso Ankara e Istanbul, il suo partito l’Akp resta in sella grazie all’alleanza con l’estrema destra dell’Mhp, il partito dei Lupi Grigi, formazione ipernazionalista, e al sostegno della parte più tradizionalista dell’elettorato turco. L’Akp, soprattutto dopo il fallito colpo di stato del luglio 2016, è sempre meno una sorta di Democrazia cristiana alla musulmana, come erroneamente è stato dipinto, e sempre di più una formazione che punta, insieme all’estrema destra, sul bellicismo in politica estera e sull’identità islamo-turca sul piano interno.

Tematiche del resto assai frequentate dallo stesso Erdogan come seguace delle formazioni giovanili di Necmettin Erbakan.

Erdogan rappresenta, nella sintesi del potere, la doppia identità turca, radicata contemporaneamente in due mondi diversi, quello occidentale _ ovvero il continente e la civiltà europea _ e quello asiatico, di cui il patrimonio culturale islamico-arabo è parte inseparabile.

È dalla sua nascita come repubblica, nel 1923, che la Turchia vive il conflitto ideologico, culturale e politico che deriva da questa doppia origine: la Turchia di Erdogan ha tentato di trasformarla in un asset per allargare la sua influenza politica ed economica al Medio Oriente.

Vediamo come si è arrivati al legame tra Turchia e Fratelli Musulmani e quali sono state le conseguenze. La fine dell’Impero ottomano e la dissoluzione dopo la prima guerra mondiale del Califfato da parte di Kemal Ataturk aprono una crisi nel mondo musulmano: la prima risposta islamica è la creazione del 1928 in Egitto da parte di Hassan al Banna dei Fratelli Musulmani.

L‘Islam, dice Al Banna, è un ordine superiore e totalizzante che deve regnare incontrastato sulle società musulmane perché è al tempo stesso dogma e culto, patria e nazionalità, religione e Stato, spiritualità e azione, Corano e spada.

L’obiettivo di Al Banna, del quale alla vigilia della caduta di Mubarak nel 2011, incontrai al Cairo Gamal l’anzianissimo fratello minore, è imporre la supremazia della sharia, la legge islamica, con un processo di integrazione tra gli stati islamici che deve sfociare nell’abolizione delle frontiere e nella proclamazione del Califfato. Insomma l’Isis, che proclamò con Al Baghdadi il Califfato a Mosul nel 2014, non era poi così lontano dall’ideologia dei Fratelli Musulmani.

Le origini del rapporto della Turchia con i Fratelli Musulmani risalgono ancora agli anni Trenta e Quaranta e si svilupparono negli anni Settanta quando le organizzazioni islamiste vennero usate per contrastare l’ideologia comunista.

Il primo “Fratello” turco eminente è proprio Necmettin Erbakan _ come confermò pubblicamente nel ’96 uno dei leader dei Fratelli musulmani egiziani _ capo del movimento nazionalista religioso Milli Gorus che poi diventerà primo ministro. Méntore di Erdogan sarà sbalzato dal potere da un “golpe bianco” dei militari.

Ma c’è una storia che quasi nessuno racconta legata alla confraternita della Naqshbandyya, una “tariqa” molto antica, che vantava la sua origine dai discendenti di Maometto e fu in seguito associata al grande mistico del 14° secolo Muhammad Baha al-Din al Naqshbandi, da cui ha preso la denominazione.

I Naqshbandi, detti anche Naksibendi in Turchia, hanno avuto un ruolo chiave nelle sotterranee solidarietà della politica mediorientale. In Turchia la confraternita dei Naksibendi nel dopoguerra trova il suo rinnovatore nell’imam Mehmet Zahid Kotku. E’ lui a trasformare la confraternita in una vera scuola socio-politica: sono stati seguaci di Kotku il presidente Turgut Ozal, che fece diverse aperture ai Paesi arabi, il premier islamista Erbakan e lo stesso Erdogan.

Izzat Ibrahim al Douri, vice di Saddam Hussein, era anche lui un membro della confraternita Naksibendi e furono queste credenziali religiose che lo avevano reso affidabile anche gli occhi del Califfato e del suo capo Abu Baqr al Baghdadi che si vantava di essere membro di questa tariqa. Non stupisce quindi che i baathisti iracheni abbiano dato una mano importante all’ascesa dello Stato Islamico di Al Baghdadi nel Levante, come dimostrava il messaggio caloroso rivolto ai jihadisti con cui nel 2014 era riaffiorato alle cronache Izzat Ibrahim al Douri dopo un decennio da imprendibile latitante tra Siria e Iraq.

Fu un altro fratello musulmano, Khaled Meshal, capo di Hamas e allora in esilio a Damasco (poi in Qatar), a convincere nel 2011 il ministro degli Esteri turco Davutoglu e lo stesso Erdogan che la rivolta contro Assad avrebbe avuto successo.

Fu allora che si progettò, con il consenso dell’ex segretario di stato Hillary Clinton, di aprire l’”autostrada del Jihad” dalla Turchia alla Siria che portò migliaia di jihadisti ad affluire nel Levante arabo con gli effetti devastanti che conosciamo.

Ecco perché Santa Sofia è solo l’ultimo capitolo di una storia che fingiamo di non conoscere. Siamo complici di Erdogan e del suo filo-jihadismo, tutto qui.

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