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Vladimir Putin

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Si è creato uno strano triangolo nel cuore dell’Europa tra Germania, Russia e Bielorussia. Ci sono veleni, gas e una geopolitica ancora da comprendere. Prova a farlo la professoressa Rita di Leo, docente di Relazioni internazionali alla Sapienza, esperta di Russia e dei Paesi dell’Est.

Secondo la vulgata del politically correct Putin ha fatto avvelenare l’oppositore Navalny, anche se palesemente oltre alla prima vittima la seconda sarebbe proprio il capo del Cremlino messo sotto accusa dalla Merkel e ieri persino dall’Opac.

L’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac),dopo la dichiarazione del governo tedesco sul presunto avvelenamento dell’attivista russo Aleksej Navalnyj, ha dichiarato che qualsiasi avvelenamento di un individuo attraverso l’uso di un agente nervino è considerato un uso di armi chimiche. Insomma siamo sul piede di guerra con Mosca.

Il senso comune corrente, sottolinea sul Manifesto la professoressa Di Leo, è che Putin, dopo essersi formalmente assicurato la sua permanenza al Cremlino sino a quando lo vorrà, ha dato per scontato che i suoi avversari dentro la cerchia del potere si sarebbero rassegnati.

Siamo ben lontani dalle idee del leader russo ma bisogna riconoscere che il primo a perderci nella vicenda Navalny e nella crisi di Lukashenko a Minsk è proprio Vladimir Putin.

Da più parti si levano voci insistenti che la Germania deve abbandonare il progetto del Nord Stream 2, cioè il raddoppio del gasdotto che trasporta le risorse energetiche di Mosca direttamente ai terminali tedeschi.

Gli Usa avevano concesso alla Germania la possibilità di costruire il Nord Stream con Mosca solo in cambio di un acquisto di gas liquido americano, poi gli Usa hanno sanzionato il consorzio per la posa dei tubi.

Ma ecco che il 7 agosto i senatori repubblicani, quando mancano ormai soltanto 160km per completare il gasdotto (lungo 2500 chilometri), hanno chiesto altre sanzioni che potrebbero interessare 120 aziende di 12 Paesi europei coinvolti nella costruzione dell’infrastruttura.

Secondo gli Stati Uniti, il gasdotto compromette la concorrenza sul mercato europeo del gas e allo stesso tempo indebolisce la sicurezza dell’approvvigionamento.

Non risulta certo estraneo alla partita l’interesse degli americani a vendere il gas naturale liquefatto alla Germania, alla Polonia e ai Paesi dell’Est, un gas che costa ovviamente più caro di quello russo ma che lega questi Paesi ancora di più agli Usa che incassano soldi e schierano le loro truppe in territorio polacco per tenere sotto pressione Mosca.

Insomma la Nato secondo Washington si finanzia anche così.

La vera domanda che si dovrebbe fare la signora Merkel è chi sono i veri nemici di Putin, dentro e fuori il Cremlino.

Probabilmente coloro che non si fidano della sua politica estera e le stesse élite russe che lavorano con la finanza transnazionale.

La Bielorussia di Lukashenko, con le sue fabbriche obsolete e un welfare di un’altra epoca, è una sorta di ultimo lembo di Unione Sovietica che si deve “mettere a reddito”, cioè deve essere restituito al business privato come è accaduto alla Polonia, all’Ungheria, alle repubbliche baltiche e in genere a tutta la ex cortina di ferro.

Ora Putin tenta anche la riunificazione con la Bielorussia ma anche qui rischia di perdere soldi: la Rosatom russa ha investito 10 miliardi di dollari per una centrale nucleare che doveva fornire energia alla Polonia e ai Paesi baltici che a questo punto hanno fatto capire di volere declinare l’offerta.

Non sapendo a chi vendere elettricità Mosca rischia di non vedere tornare indietro un dollaro del suo investimento. Per non parlare dei controversi rapporti con la Turchia che dopo l’annuncio di Erdogan di avere trovato un mega-giacimento di gas nel Mar Nero sarebbe pronto a tagliare gli acquisti dalla Russia convogliati dal Turkish Stream entro il 2023.

Tempi duri aspettano lo zar russo.

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