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La credibilità internazionale degli Stati Uniti, già fortemente incrinata, è stata minata dalle fondamenta e nei suoi princìpi. Questo oggi è il vero problema di Biden, oltre agli ovvi e devastanti riflessi interni.

Prima di affrontare la fase calda della campagna elettorale il neo presidente aveva messo in cima alla sua agenda internazionale l’idea di ospitare negli Stati Uniti “un vertice globale per la democrazia”, ispirato all’esperienza del vertice sulla sicurezza nucleare realizzato dall’amministrazione Obama-Biden.

Con ogni probabilità allora non pensava minimamente che gli Usa da modello di democrazia sarebbero entrati nel novero dei Paesi a rischio.

Questo 6 gennaio 2021 americano è paragonabile alla caduta del Muro di Berlino ed è forse peggio dell’11 settembre 2001 e degli attentati di Al Qaida a New York e Washington: cadono l’immaginario e il contenuto di quello che è stato contrabbandato come il “faro internazionale” della democrazia mondiale, come ostinatamente si continua a sostenere nei nostri giornali e nelle tv da giornalisti e politici ammantati di un’indigeribile retorica.

L’azione squadrista che si è impadronita del Campidoglio ha rivelato il vero volto degli Usa: un Paese dove la violenza determina i rapporti interni e internazionali, un Paese di gente armata fino ai denti che dal Vietnam, all’Afghanistan all’Iraq ha condotto guerre dissennate costate la vita a milioni di persone.

Altro che democrazia compiuta.

L’America è un ottimo posto per fare ricerca, finanza, per tentare di diventare super ricchi o acquietarsi in una “middle class” precaria e discretamente noiosa che volta la testa dall’altra parte quando le raccontano in che posto vive. Un Paese pieno di disuguaglianze, di periferie terrificanti, che ricordano quelle del Sudafrica ai tempi dell’apartheid, con un sistema sociale e sanitario che in Europa non accetterebbero neppure in Albania. E infatti è il Paese al mondo con il più alto numero di morti per la pandemia da Covid.

Trump ha ben rappresentato questa America che nonostante sia la potenza scientifica, tecnologica ed economica maggiore del pianeta (ancora per poco visto quel che fanno i cinesi) vive in una profonda ignoranza: infatti ogni volta che muove una guerra anche quelli che comandano devono correre a guardare una mappa per vedere dove stanno bombardando.

Celebre fu la battuta di Bush junior in campagna elettorale quando un giornalista gli fece una domanda sui Talebani afghani: “I Taleban? Il gruppo rock intende dire?”, fu la sua risposta. Se ne accorse di chi erano quando diventò presidente con l’11 settembre.

Chi ci sia sotto a prendersi le bombe americane è abbastanza relativo e in genere la popolazione ignora che cosa stiano facendo le loro forze armate all’estero a meno che, come avvenne in Iraq, non tornino le bare dei patria dei soldati Usa.

L’8 settembre scorso la Brown University ha reso pubblico un rapporto sui dati raccolti dopo l’11 settembre 2001 fino al 2019: dall’inizio della cosiddetta guerra americana al terrore, i conflitti iniziati o partecipati dagli Stati uniti in otto paesi (Afghanistan, Pakistan, Iraq, Libia, Siria, Yemen, Somalia e Filippine) hanno provocato almeno 37 milioni tra rifugiati e sfollati interni, quattro volte il numero dei profughi rifugiati provocati dalla prima guerra mondiale, tre volte quello della guerra Usa in Vietnam e quasi pari a quello della seconda guerra mondiale. Un numero enorme e decisamente sottostimato: è molto più probabile che si aggiri sui 59 milioni. Una popolazione pari all’Italia.

Non uno che nei nostri dibattiti tv faccia lo sforzo di ricordare questi dati: ormai siamo anche noi diventati ignoranti, o più probabilmente degli ipocriti. Il principio fondamentale, a ogni tornata elettorale americana, è ricordarsi una frase del grande musicista Frank Zappa: “La politica in Usa è la sezione di intrattenimento dell’apparato militare-industriale”. La democrazia negli Stati Uniti è una sorta di cortina fumogena che con le tv, gli Oscar, Hollywood e i Grammy Awards serve a tenere al guinzaglio il pianeta delle scimmie che in gran parte imita lo stile americano e si illude di essere “democratico”.

Tutte queste non sono buone notizie, i regimi autoritari, sottolinea Pierre Haski sull’Internazionale, ne approfitteranno. La crisi della democrazia americana scatenata dal presidente uscente ha provocato derisione e sarcasmo nelle capitali alle quali gli Stati Uniti rimproverano costantemente il mancato rispetto della democrazia. Questa ironia è un pò rustica ma serve su un piatto d’argento nuovi argomenti di propaganda agli autocrati e ai regimi liberticidi. La Cina in primo luogo, ma anche l’Iran, la Russia, la Turchia, il Venezuela e gli stessi alleati degli americani come l’Egitto, l’Arabia saudita e Israele.

Ma con che faccia Biden potrà rimproverare il generale Al Sisi oppure il principe saudita Mohammed bin Salman? Già gli Usa, chiunque sia il presidente, non fanno niente nei confronti dei dittatori loro alleati: basti pensare al caso eclatante di Bin Salman, un macellaio che ha fatto fare a pezzi il giornalista Jamal Khashoggi. Washington ha le prove evidenti che lui è stato il mandante.

Sulle colonne di Foreign Affairs, Biden ha scritto di volersi impegnare in tre aree di intervento: la lotta alla corruzione, la difesa dei popoli contro l’autoritarismo e la promozione dei diritti umani sia all’interno dei propri confini nazionali che in tutto il mondo. Ecco, se è ben intenzionato, può partire proprio dagli amici degli americani nel Golfo che sono anche i maggiori acquirenti di armi americane. Staremo a vedere ma non ci facciamo nessuna illusione.

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