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L’inaccettabile balletto europeo sui vaccini, come avevamo già scritto la settimana scorsa, si può evitare con la sospensione dei brevetti della case farmaceutiche. Gli esperti lo avevamo già detto con abbondante anticipo e se avessimo seguito i loro consigli oggi avremmo evitato morti, polemiche, sospetti e soprattutto un’ulteriore ondata della pandemia con relative chiusure e ricadute devastanti sull’economia.

E’ inutile che si attui lo stato di emergenza, venga imposto il coprifuoco, la reclusione della popolazione e la chiusura delle attività commerciali, mentre le autorità parlano con vuota retorica di “guerra al vaccino”, se poi non si mette in essere l’unica misura indispensabile: avere subito i vaccini e nel pieno controllo dei governi e dell’Unione europea. Si porrebbe così fine anche alle gesticolazioni della presidente della commissione europea Ursula von der Leyen che protesta con Londra e minaccia restrizioni all’export dopo i tagli di forniture di AstraZeneca: la commissione europea si è piegata ai diktat delle Big Pharma e ora tenta maldestramente di rimediare.

La questione dei brevetti, che ha dato vita anche a una campagna internazionale, era stata già affrontata con decisione il 25 gennaio scorso dal Silvio Garattini presidente dell’Istituto Mario Negri: “Se ci sono ragioni importanti di salute pubblica, gli Stati possono chiedere o pretendere la licenza del farmaco per produrlo in grosse quantità. L’Italia, l’Europa, possono chiederlo. In un momento di grandi difficoltà bisognerebbe avere il coraggio di abolire i brevetti sui farmaci salvavita come i vaccini. E se non facciamo le cose alla svelta, rischiamo che qualche variante non sia più suscettibile al vaccino”. Cosa che è puntualmente avvenuta.

Nessuna campagna di vaccinazione di massa è possibile senza questa mossa decisiva, altrimenti si rischia di arrivare all’anno prossimo perché, ovviamente, non dobbiamo immunizzare rapidamente soltanto i cittadini dell’Unione ma anche quelli dei Paesi vicini, dal Mediterraneo e quelli africani che non si possono permettere l’acquisto dei sieri.

Non è soltanto una questione umanitaria ma politica e di grande portata strategica. Nel G-20 di poche settimane fa il premier britannico Johnson e il presidente francese Macron facevano a gara nel promettere miliardi di dosi di vaccino ai nostri partner del Terzo Mondo con l’obiettivo di entrare da protagonisti nella geopolitica dei vaccini dove adesso sono Cina e Russia a farla da padroni in Africa, in Asia e America Latina.

Forse ce lo siamo già dimenticati ma soltanto a novembre scorso Macron aveva solennemente proclamato: “Quando sarà messo sul mercato un primo vaccino dovemmo garantire l’accesso su scala planetaria evitando a ogni costo lo spettacolo di un mondo a due velocità dove solo i più ricchi potranno proteggersi dal virus e riprendere una vita normale”.

Invece che cosa è accaduto? Che le compagnie farmaceutiche – le cosiddette Big Pharma – pur avendo messo a punto i vaccini contro il Covid-19 disponendo anche di ingenti finanziamenti pubblici li vendono al migliore offerente, tutt’al più destinando una quota di dosi maggiore ai propri stati di origine. E tutto questo nonostante gli accordi firmati dalla Ue e sottoscritti dalla signora Ursula von der Leyen che è arrivata in ritardo su tutto. Anche a capire cosa stava accadendo, affiancata da una Merkel in disarmo e da una Germania sempre meno affidabile, come si vede in queste ore con il caso AstraZeneca.

Ecco che cosa è avvenuto sulla nostra pelle e soprattutto con i nostri soldi. I laboratori delle case farmaceutiche sono stati sovvenzionati dagli stati e dalla Commissione europea che ha versato più di 2 miliardi di euro, prima per la ricerca e lo sviluppo poi per la produzione su larga scala delle dosi, limitando di fatto i rischi per le imprese. Eppure le case farmaceutiche mantengono il controllo sui brevetti negoziando ostinatamente i prezzi e riducendo le donazioni e le eventuali vendite ai Paesi in via di sviluppo. Decidono loro insomma della nostra della nostra vita e anche della nostra politica estera.

Secondo un rapporto lanciato da Oxfam ed Emergency, membri della People’s Vaccine Alliance, insieme tra gli altri a UNAIDS e Yunus Center si stima che Pfizer, Moderna e AstraZeneca da sole realizzeranno quest’anno entrate per 30 miliardi di dollari. La campagna di vaccinazione e di vendita in massa dei sieri porterà nelle casse di Big Pharma qualche cosa come 150 miliardi di dollari.

Potrebbero bastare non è vero? Le parole di Garattini, insieme agli appelli internazionali, andrebbero scolpiti nella pietra da ogni governo ed essere attuate subito, senza esitazioni. Garattini ci aveva messo in guardia sulla necessità di liberalizzare i brevetti perché questo avrebbe implicato anche la possibilità di intervenire più velocemente anche sulle varianti, come per esempio quella inglese che ha un tasso di contagio del Covid-19 superiore del 35-40% rispetto alla precedente, per non parlare della altre dozzine di varianti che si stanno presentando nella diffusione della pandemia.

Ma perché non si fa? C’è un ostacolo geopolitico che potrebbe diventare un muro invalicabile. La sospensione dei brevetti delle case farmaceutiche, detta anche licenza obbligatoria, espone un a braccio di ferro con gli Stati Uniti dove si trovano le società produttrici dei vaccini più performanti. Sarebbe questo il momento dell’Europa di dimostrare se esiste ancora sul piano geopolitico e industriale, visto che l’esempio inglese lascia suppore che fare parte della Ue costituisce e uno svantaggio, proprio mentre Biden, invece di aiutarci con i vaccini, attacca Putin nel momento in cui l’Unione potrebbe esaminare le forniture di Sputnik. Ecco perché la partita sulla liberalizzazione dei vaccini è anche una partita strategica.


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