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Tante portate nel menù del Consiglio europeo di fine marzo, ma l’impressione di un fine cena con una certa insoddisfazione. A parte le metafore culinarie in questo inizio di primavera del 2021, con il Vecchio Continente alle prese con una temibile terza ondata pandemica, sembrano venire al pettine alcuni dei più classici ed irrisolti nodi del processo di integrazione e del suo intrecciarsi con le dinamiche di sviluppo nazionale e globale. Cerchiamo di procedere con ordine.

È un dato piuttosto oggettivo che la devastante crisi pandemica abbia svolto un ruolo per certi aspetti di disvelamento. Ha insomma aperto gli occhi di molti leader europei, li ha posti di fronte al baratro e ha anche evidenziato oltre ad alcuni errori strutturali, primo fra questi la de-industrializzazione divenuta la vera moda di inizio XXI secolo, la totale interdipendenza economica raggiunta dai Paesi Ue e ha spinto nella direzione del colpo di reni del recovery fund. Si sono consumati ettolitri di inchiostro per sottolineare, giustamente, i meriti tedeschi nell’aver trascinato i riottosi Paesi membri verso un potenziale completamento del percorso avviato con la moneta comune, la cosiddetta mutualizzazione del debito. Attenzione però: quello è stato una sorta di scatto di orgoglio sull’orlo del baratro, ma non la magica soluzione a tutte le criticità strutturali dell’Unione.

Ecco allora che questo Consiglio europeo di inizio primavera ne ha evidenziate in particolare tre, rispetto alle quali occorrerebbe aprire una riflessione seria (la Conferenza sul futuro dell’Europa lo sarà?) per decidere se e come fare un ultimo e decisivo passo in avanti o in alternativa accettarle e provare pragmaticamente a operare aggiustamenti di volta in volta episodici e congiunturali.

Il primo elemento riguarda la lentezza nella capacità di risposta all’urgenza delle crisi globali, emblematicamente rappresentata dall’emergenza pandemica. Come correttamente ricordato anche di recente da Macron, l’Ue ha perso tempo sulla campagna vaccinale per aver optato per la scelta più saggia, (demandare il negoziato alla Commissione) e aver rifiutato a priori la potenzialmente devastante lotta europea del tutti contro tutti per accaparrarsi i vaccini. Questo avrebbe spinto verso l’alto i prezzi e soprattutto non avrebbe certo risolto i problemi di immunizzazione che non sono certo nazionali. Ma la lentezza forse ancora più preoccupante riguarda il piano di rilancio Next Generation EU. Il dato sconcertante è tutto nazionale: ad oggi non si è raggiunta la metà dei Paesi membri che abbia completato l’iter di ratifica nazionale del piano. Per essere più espliciti: senza i 27 “sì”, niente fondi da Bruxelles.

Il secondo elemento, evidenziato lungo tutta la crisi pandemica, è una costante. Le scelte comunitarie sono profondamente segnate dall’impatto le dinamiche politiche dei principali Paesi membri che sul funzionamento dell’Ue hanno, in particolare quelle elettorali, ma non solo. L’atteggiamento del leader dei frugali Rutte era strettamente connesso al suo voto parlamentare, le turbolenze croniche del sistema politico italiano hanno al solito mostrato il loro peso a livello europeo e infine, ma verrebbe da dire soprattutto, l’incerto futuro teutonico del dopo Merkel ha iniziato da gennaio 2021 a tenere in ostaggio il quadro europeo e tutto ciò si protrarrà perlomeno sino all’autunno.

Se su questo secondo punto si tornerà a breve, ne va però accennato un terzo, in parte già richiamato, che si può definire totale assenza di autonomia strategica da parte dell’Ue, in larga parte veicolata dalla dipendenza dell’industria europea da catene di approvvigionamento o catene del valore, grazie alla cosiddetta moda delle delocalizzazioni, progressivamente spinte verso l’area est del mondo. Anche in questo senso il Covid19 ha avuto l’effetto di un pugno in pieno volto. Nel corso della prima ondata il simbolo di questa resa è stata la cronica penuria di dispositivi medici (in particolare di autoprotezione). In questa fase emblematica è la difficoltà europea nel tenere il ritmo di produzione dei vaccini rispetto a Cina e Stati Uniti, ma anche India e Regno Unito (che è riuscito a produrre un quinto dei vaccini prodotti dai 27 Paesi membri).

Ebbene su questo quadro ricco di criticità è giunto l’intervento in video conferenza del presidente Biden, ospite illustre di un Consiglio europeo che in realtà ha mostrato tutte le linee di frattura che attraversano l’Unione. Anche la comparsa di Biden sugli schermi dei leader dei 27 Paesi dovrebbe avere un effetto disvelamento: gli Stati Uniti sono tornati sulla scena mondiale e l’Ue non può prescindere da un saldo, magari anche dialettico, ma decisivo e strutturale rapporto euro-atlantico. Washington è pronta a tornare ad essere il modello di riferimento. Si potrà anche lavorare a livello europeo nel tentativo di autonomizzarsi proprio rispetto a quello che aveva da tempo cessato di essere il punto di riferimento, ma questo deve avvenire sgomberando il campo da sbandate filo-cinesi o filo-russe. Pur mantenendo il rispetto massimo e la giusta considerazione nei confronti di Mosca e ancor di più di Pechino, proprio l’autonomia strategica così decisiva passa per la ricostruzione di una rinnovata comunità euro-atlantica. Su questo tasto Biden e i suoi più stretti collaboratori (su tutti vedi il segretario di Stato Blinken) stanno martellando dal giorno successivo all’elezione.

Qualcuno potrebbe affermare che Biden non sia stato così convincente e si sia limitato ad un intervento tutto centrato sul rilancio americano. Ma è proprio questo il punto. Il nuovo inquilino della Casa Bianca ha ricordato che la sua elezione si è giocata contro il paladino dell’America first, sconfitto essenzialmente per la promessa di portare in tempi rapidi il Paese fuori dall’incubo sanitario ed economico del Covid19. Oggi con il numero impressionante di vaccinazioni completate e la prospettiva di una completa immunizzazione entro la fine di maggio e con stime di crescita che parlano degli Usa al livello pre-crisi entro la stessa data, Biden ha mostrato che America is back. E con gli Usa in sicurezza, la mano tesa verso il continente europea potrà riempirsi non solo di promesse ma anche di aiuti concreti, primo fra tutti dosi di vaccini. In realtà i gesti concreti ci sono già stati, sia eliminando molti degli odiosi dazi imposti da Trump in settori strategici tra le due sponde dell’Atlantico, sia mostrando il ritorno Usa nell’alveo del multilateralismo in particolare sul tema ambiente. La domanda va ora rovesciata nel campo europeo. Se come sembra Biden è disposto a rivedere non solo America First ma anche Pivot to Asia, cosa siamo disposti ad offrire nel Vecchio Continente? Siamo cioè pronti al parziale pivot to Europe della leadership democratica? L’Italia per una volta si trova in una posizione privilegiata. Draghi è senza dubbio la garanzia migliore per edificare una nuova era di relazioni euro-atlantiche. Macron si è già mostrato sufficientemente pragmatico e pronto nello spostare in cima alle sue priorità quelle del nuovo asse euro-atlantico. Sta però per entrare in una complessa campagna elettorale che difficilmente potrà condurre sventolando in maniera esplicita il vessillo dell’atlantismo. Il vero ventre molle dell’Europa sembra essere però Berlino. Dopo il primato tedesco tra l’aprile e il dicembre del 2020, si sono negli ultimi mesi riaffacciati all’orizzonte i “vecchi demoni” della riluttanza e della “scelta di non scegliere”.

Su questo punto finale occorre essere chiari: sarà possibile ricostruire un saldo rapporto euro-atlantico fondandolo sulla scelta tedesca del separare sempre e nettamente interessi economici ed interessi geopolitici (vedi legami commerciali con la Cina e dipendenza dal gas russo)? Questo pragmatismo portato alle estreme conseguenze non rischia di tramutarsi in ambiguità strategica più che in realismo politico? Forse è questo il rischio più concreto esemplificato dal Consiglio europeo di fine marzo 2021. Se la prima e la seconda ondata pandemica hanno visto un orgoglioso e volontarista salto di qualità da parte della leadership tedesca, in piena terza ondata ci troviamo in balia di un “nuovo problema tedesco”. L’Europa alla ricerca di un cambio di passo nella campagna vaccinale e nel rilancio della sua economia può permettersi tentennamenti da parte del “pilota tedesco”? Possiamo sopportare sei mesi di ambiguità e mancate scelte perché prigionieri della priorità elettorale tedesca?


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