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Vladimir Putin e Joe Biden

Tempo di lettura 4 Minuti

Una “confortevole” guerra fredda: era quello che tutti volevano. Questo significa la stretta di mano tra Biden e Putin alla villa La Grange di Ginevra dove si sono accordati per far tornare i rispettivi ambasciatori. Da questo summit Biden-Putin non dovete aspettatevi grandi risultati a breve termine, aveva avvertito il consigliere della sicurezza nazionale americano Jake Sullivan. E così è stato. La guerra fredda continua nello stile del passato e in discontinuità con l’amministrazione Trump che considerava la Russia un avversario accettabile e persino rispettabile. In realtà Washington e Mosca hanno visioni del mondo per il momento inconciliabili e Putin contesta all’Occidente e alla Nato la sua avanzata fino alle frontiere della Russia e il sostegno alle rivoluzioni colorate.

TUTTO PREVEDIBILE

Il risultato del vertice è che i due sono d’accordo nell’essere in disaccordo: e questo, siccome ricalca un canovaccio ben conosciuto, è già rassicurante. La tensione può portare a dei compromessi tra le parti, la confusione a dei fraintendimenti pericolosi. In questo faccia a faccia l’obiettivo di fondo era intendersi sul modo di essere in disaccordo. Infatti le cose sono andate come prevedibile e il risultato è stato confortante. Anche se non esiste alcuna simpatia tra Mosca e Washington, c’è un’eredità storica, quella della dissuasione nucleare, che Biden e Putin conoscono bene. Questa cultura del negoziato tra Est e Ovest non c’è con la Cina, superpotenza molto più recente e che costituisce per Washington la vera sfida del secolo.

La differenza di trattamento tra Russia e Cina è legata in parte al fatto che tra Stati Uniti e Russia esiste un importante programma di disarmo ereditato dalla guerra fredda. Fin dalla sua ascesa alla Casa Bianca, Biden ha proposto a Mosca di prolungare di cinque anni il trattato per la riduzione delle armi nucleari New Start, la cui scadenza era fissata per quest’anno. In fondo per Biden a Ginevra l’importante era non cadere nella trappola di Putin come accaduto a Trump nel 2018. Ci è riuscito, ma questo incontro lo aveva voluto lui, non il leader russo, forse proprio per rimediare a una delle sue gaffe per cui era diventato celebre anche come vice di Obama.

Va bene che siamo occidentali e dobbiamo trangugiare il menù del G-7 e quello della Nato, ma Biden, anche agli occhi di un cittadino medio, non appare un campione della politica. Prima ha chiamato Putin un “killer”, un assassino, poi, alla vigilia dell’incontro di Ginevra, lo ha definito “un uomo di talento”. Insomma che si decidesse: magari questo summit ieri gli ha chiarito le idee sull’autocrate russo che di incertezze ne ha sicuramente meno del presidente americano.

SPIRAGLI E TEMI BOLLENTI

A noi europei, che stiamo in mezzo e che con la Russia siamo vicini di casa – a differenza degli Usa – restano poche certezze. Una si è già realizzata: il rinnovo del trattato Start sulla limitazione delle armi nucleari, che è di comune interesse ed è stato concordato nonostante tutte le altre ragioni di tensione. La non proliferazione nucleare e il controllo degli armamenti è il dossier dove Mosca e Washington possono trovare più facilmente un’intesa.

Qui si possono aprire spiragli per un nuovo accordo sui missili a media e corta gittata e, magari, l’apertura di un tavolo sui super-vettori, le arme ipersoniche di ultima concezione. Mosca, sostengono diversi analisti, è avanti rispetto a Usa e Cina nel loro impiego e non ha pregiudizi a parlarne. Il Cremlino ha fatto capire che Biden e Putin potrebbero dare il via a un percorso negoziale separato sul tema, ma certo non sarà facile e mancano ancora indicazioni chiare sul come e il quando. Sul resto il dialogo è assai difficile.

Resta scottante il dossier per la regolamentazione del cyber-spazio, dove si vorrebbe avviare un processo di de-escalation simile a quanto avvenuto per le armi atomiche negli anni Ottanta del Novecento. Cruciale per Mosca è poi il tema del fronte occidentale. Ovvero l’Europa dell’Est. Con la Bielorussia e il conflitto nel Donbass. L’ingresso nella Nato dell’Ucraina è fumo negli occhi per Putin. E la Bielorussia deve restare nell’area d’influenza di Mosca.

LE MANOVRE DI BIDEN

Mentre scriviamo dovevano essere ancora avviate le conferenze stampa separate dei due protagonisti ma sicuramente Biden qualche risultato personale e politico da questo viaggio in Europa lo ha portato a casa. Biden è ancora nella fase in cui deve ristabilire la credibilità degli Usa dopo gli anni di Trump. Sia Pechino che Mosca ritengono che l’occidente sia in declino. Biden vuole convincere tutti del contrario e sia al vertice del G-7 che a quello della Nato ci è in parte riuscito.

La scenografia del summit è stata preparata con questo obiettivo: partecipando prima al G7, al vertice dell’Alleanza atlantica e all’incontro con l’Unione europea, Biden ha voluto mostrare che il suo “schieramento” è unito e solido, anche a rischio di irritare i suoi alleati che non hanno troppa voglia di farsi trascinare in una nuova contrapposizione tra i blocchi. Ma questo fa parte dei rapporti di forza e di una politica estera europea che non esiste. Ecco perché siamo in una nuova “confortevole” guerra fredda.


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