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Il presidente tunisino Kais Saied

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La Tunisia, un’unica democrazia sopravvissuta alle primavere arabe del 2011, è sull’orlo del fallimento.

Con il pronunciamento del presidente Kais Saied, il processo di democratizzazione, già in crisi profonda, si è bloccato, il progresso economico post-rivoluzione non è mai nemmeno iniziato e la crisi economica accoppiata con le conseguenze devastanti Covid sta sprofondando il Paese.

La crisi tunisina è arrivata alla resa dei conti. Il presidente Kais Saied ha invocato l’articolo 80 della Costituzione e sciolto d’autorità il governo di Hichem Mechichi – tra l’altro un suo ex consigliere – “congelando” anche il Parlamento per un mese, in attesa di formare un nuovo gabinetto. La norma parla di “pericolo grave e malfunzionamento delle istituzioni”.

A spingere il capo dello Stato verso una decisione così radicale sono state le manifestazioni di domenica, anniversario della fondazione della Repubblica, con decine di migliaia di persone in piazza a invocare le dimissioni del premier e la formazione di un nuovo governo. Ai cortei la polizia è intervenuta con gas lacrimogeni e manganelli, ma questo non è bastato a fermare l’assalto alle sezioni del partito islamico Ennadha in diverse città.

Mentre in tutto il Paese dilaga la pandemia con un tasso di mortalità che è il più alto di tutta l’Africa e ha messo in situazione disastrosa le strutture ospedaliere, stracolme e senza mezzi e personale per la terapia intensiva: in Tunisia è stata vaccinata meno dell’otto per cento della popolazione.

Allo stesso capo del partito islamico, Rashid Ghannouchi, attuale presidente del Parlamento, è stato impedito l’acceso al Parlamento. Ghannouchi dopo la riunione d’emergenza del movimento ha dichiarato “che il Parlamento non è sciolto e rimarrà in seduta permanente. Il capo dello Stato ha applicato erroneamente le disposizioni dell’articolo 80. Ciò che il capo dello Stato ha appena annunciato non può essere qualificato come altro che un colpo di Stato. È un colpo di Stato contro la costituzione e le istituzioni statali”.

La mossa a sorpresa del presidente della Repubblica, Kais Saied, getta nel caos la Tunisia ma il capo dello Stato assicura che “non si tratta di un colpo di Stato” e di aver agito nei limiti della Costituzione del Paese. “Ho deciso di assumere il potere esecutivo con l’aiuto di un capo di governo che nominerò io stesso” ha detto Saied in un intervento alla tv di Stato.

Ma il presidente ha fatto chiudere anche la sede locale della tv panaraba del Qatar al-Jazeera, storicamente vicina alla Fratellanza Musulmana che a sua volta è legata anche al partito islamista Ennadha che in queste ore si sta opponendo alle mosse del capo dello Stato. Una decisione che può essere interpretata come un tentativo di silenziare le voci critiche in Tunisia.

È inoltre fonte di preoccupazione il fatto che Saied abbia deciso di avocare a sé la carica di Procuratore generale della Repubblica, con la facoltà dunque di poter esercitare l’azione penale. Una mossa che gli potrebbe consentire di arrestare anche i deputati, visto che è stata tolta loro l’immunità. Sempre secondo le stesse fonti, nei confronti di Ghannouchi e di altri 64 deputati, che hanno cause pendenti con la giustizia, sarebbe già stato comunicato il divieto di viaggiare all’estero.

Ancora non è chiara la sorte del primo ministro Mechichi che, dopo l’annuncio del capo dello Stato, non si è più fatto vedere in pubblico. Secondo alcuni media locali, i dirigenti di Ennadha sostengono che si trovi in stato di arresto. Il partito islamico, secondo le stesse fonti, sta riflettendo sul deposito di una mozione di sfiducia contro Saied con l’obiettivo di destituirlo mentre i militari e gli elicotteri delle forze dell’ordine monitorano la situazione nella capitale per paura di una sommossa popolare che potrebbe portare a pesanti scontri

Oltre che politica e istituzionale – con la mancata nomina della corte istituzionale per dirimere i contrasti tra i poteri dello stato – la crisi tunisina è economica: il Paese ha bisogno per non fallire di 7,2 miliardi di dollari di cui 5,8 sarebbero già impegnati per ripagare i debiti i debiti precedenti. Pericoloso, soprattutto, lo stallo nelle trattative con il Fondo monetario per ottenere un prestito da quattro miliardi di dollari, condizionato a riforme che per il momento nessun governo tunisino negli ultimi due anni è stato in grado di accettare. Così come non si sono conclusi i negoziati commerciali con l’Unione europea dove in realtà i Paesi più interessati a un’intesa sono Italia e Francia, storicamente legati alla Tunisia.

Tra l’altro l’Italia a Bruxelles hanno promesso più investimenti europei nel Paese nordafricano, a patto che questo fermi le partenze dei tunisini e faciliti i rimpatri dei propri cittadini. L’attuale caos tunisino non fa pensare che si profili, a breve, un’intesa. Ed ecco che ora al disastro libico, e del Nordafrica in generale, si aggiunge l’instabilità e il dissesto della Tunisia, un processo di degrado non imprevedibile al quale l’Europa non ha saputo dare finora una risposta strategica.


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