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Muqtada al Sadr

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Chi è Muqtada al Sadr, vincitore delle elezioni irachene? Il suo Blocco Sadrista ha ottenuto 73 seggi sui 329 totali e diventa così il più forte partito sciita nel parlamento, anche se dovrà comunque governare in una coalizione.

Dovremmo in ogni caso fare la sua conoscenza per forza di cose: a fine anno gli americani si ritirano dall’Iraq sostituiti dalla Nato e dall’anno prossimo sarà l’Italia al comando di questa scomoda missione militare.

Per la prima volta incontrai Muqtada una 15 di anni fa. Nel dicembre del 2006, in occasione di un’intervista organizzata con lui, entrai ancora una volta del tempio di Alì a Najaf, sormontato dalla famosa cupola d’oro. Prima della caduta di Saddam Hussein nel 2003 all’ingresso dell’ufficio del custode era incollata una grande targa nera con caratteri in oro che riportava l’albero genealogico del rais iracheno: il leader baathista sunnita e secolarista aveva trovato il modo di fa risalire la sua famiglia ad Alì, genero e cugino di Maometto.

Si trattava ovviamente di un falso ed era stata rimossa. Una stanza invece era stata riservata all’ayatollah Khoei, ritenuto una specie di santo e guaritore: accanto erano stati sepolti i suoi due figli brutalmente assassinati.

Il giornalista iracheno che mi accompagnava, Sadiq Sattar al Husayni, mi fece notare che due delle quattro porte della moschea di Alì erano controllate da uomini di Muqtada: “Il grande ayatollah Alì Sistani – che ha incontrato il Papa Francesco a Najaf – ne ha una sola, eppure è ritenuto il più grande religioso iracheno”.

Non c’era dubbio chi comandasse da quelle parti: allora Muqtada aveva soltanto 32 anni e nessuna qualifica di alto grado nella gerarchia religiosa. Sattar mi introdusse a Muqtada grazie anche ai suoi studi religiosi a Najaf.

Il giovane mullah con il turbante nero – il colore distintivo dei Seyed, i discendenti di Maometto – aveva una barba incolta e vestiva una tunica larga che non riusciva a nascondere una sagoma intorno al quintale abbondante. L’aria era svogliata. Erede di una famiglia di ayatollah: il padre, lo zio e i due fratelli erano stati uccisi da Saddam Hussein, Muqtada sposato con una cugina, senza figli, era trincerato a Najaf da dove minacciava una jihad, una guerra santa, contro gli americani se non se ne fossero andati presto dal Paese.

“Ho fatto testamento e comprato la stola di cotone bianco che adorna i defunti – confidò nervosamente – perché gli americani, i saddamisti e i terroristi mi vogliono morto”. Respirò pesantemente prendendo fiato e fece una lunga tirata: “Odio l’America perché ha importato il terrorismo in Iraq: continuerà a scorrere un fiume di sangue finché ci saranno soldati stranieri. Noi siamo pronti a parlare con i sunniti moderati ma ci stiamo anche preparando a una grande battaglia contro i terroristi sunniti e Al Qaeda”.

Muqtada contava nel 2006 su migliaia di uomini armati, questa era la sua massa di manovra più temibile e anche allora aveva ottenuto la maggior parte dei seggi del Blocco sciita che aveva vinto le elezioni del 2005. Tra rivolte e battaglie Muqtada non era però riuscito a ottenere l’obiettivo di conquistare la leadership sciita e del Paese, l’Iran lo convinse a rinfoderare le armi e lo spinse a tirarle fuori soltanto per costituire le milizie sciite anti-Califfato quando nel giugno 2014 Mosul, la seconda città del Paese, cadde nelle mani dell’Isis di Al Baghdadi.

Oggi, almeno in apparenza, Muqtada Sadr, che ha ormai 47 anni, appare un leader più moderato di un tempo: ha aperto il dialogo con la sinistra laica e si è detto persino disposto ad allearsi con i comunisti. Al Sadr dovrà comunque impegnarsi a creare una coalizione che dovrebbe comprendere i moderati sciiti del premier attuale Mustafa Al-Kadhimi (la costituzione prevede sia il parlamento a scegliere il prossimo premier) assieme ai partiti curdi e probabilmente con il sostegno dei moderati sunniti. Un compito non facile in questo Paese ancora lacerato da forti proteste interne, bersaglio del braccio di ferro tra i Paesi sunniti guidati dall’Arabia Saudita contro quelli sciiti legati a Teheran, e sempre diviso sull’atteggiamento da tenere di fronte alla presenza delle truppe americane che si preparano al ritiro.


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