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I funerali di una delle vittime di Beirut nei giorni scorsi

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LE raffiche di kalashnikov, la gente nelle strade che corre al riparo, le barricate incendiate: questo è quello che si è visto l’altro giorno nella strade di Beirut, scene di guerra civile. Ma non è soltanto così: il Paese dei cedri è al collasso economico e allo stesso tempo al centro di una battaglia internazionale.

I fatti sono questi: cinque persone rimaste uccise a Beirut negli scontri divampati in seguito alle proteste contro il giudice che si occupa delle indagini sulla devastante esplosione del 4 agosto 2020 al porto della città, Tarek Bitar. La protesta era stata organizzata dal gruppo militante sciita Hezbollah e dal suo alleato, il movimento sciita Amal. Entrambi vogliono che al giudice Bitar venga revocata l’indagine.

Hezbollah e Amal avevano reso nota la protesta giorni fa e netta era stata la posizione di Nasrallah, leader del Partito di Dio, che aveva in più occasioni accusato Tareq Bitar di aver politicizzato il processo sull’esplosione al porto di Beirut del 4 agosto 2020, che ha ucciso oltre persone, causato 7mila feriti, 300mila sfollati e distrutto interi quartieri di Beirut.

Chi ha sparato sui manifestanti? Le raffiche sarebbero partite dal quartiere di Ai nel-Remmaneh, roccaforte del partito cristiano delle Forze libanesi di Samir Geagea, rivale dei due movimenti sciiti, che controllano invece i confinante quartiere di Shiyah. I miliziani di Hezbollah e Amal hanno risposto al fuoco e la rotonda, dove durante la guerra civile, tra il 1975 e il 1990, correva la linea del fuoco tra sciiti e cristiani, si è trasformata in un campo di battaglia con l’impiego anche di lanciarazzi. Soltanto in serata l’esercito ha ripreso il controllo della situazione e arrestato nove persone. Difficile credere che l’episodio non avrà conseguenze.

Il neo premier Mikati ha proclamato una giornata di lutto nazionale e la chiusura di tutte le istituzioni. Nel febbraio scorso al giudice Fadi Sawwan che si occupava del processo venne sottratto l’incarico perché ritenuto troppo coinvolto emotivamente in quanto la deflagrazione gli aveva distrutto casa. Sawwan era stata la terza scelta, preceduto dalla bocciatura da parte di Younes, proposto dall’allora ministra cristiano-maronita della giustizia Najem, e da un rifiuto immotivato dello stesso Bitar. Ennesima bocciatura per Younes e Bitar accetta l’incarico a febbraio.

La solita intricata vicenda libanese sullo sfondo di un Paese al collasso economico e sociale, oltre che diviso dalle storiche contrapposizioni settarie. Mancano l’elettricità, il carburante, la lira libanese è quasi carta straccia e un terzo della popolazione vive sotto la soglia della povertà.

Ma la crisi libanese dopo gli scontri e i morti di giovedì ha preso un’altra direzione, lontana dalle proteste popolari contro l’intera classe politica, il malgoverno, la corruzione, il carovita. Mentre a Beirut esplodevano gli scontri era arrivata giovedì nella capitale libanese Victoria Nuland, sottosegretario di Stato Usa, per annunciare che gli Stati Uniti invieranno un ulteriore aiuto di 67 milioni di dollari all’esercito libanese.

L’obiettivo di Washington è rinsaldare le forze armate del paese dei cedri per renderlo capace di reggere un futuro scontro militare con Hezbollah. Il movimento sciita da tempo accusa l’ambasciata Usa a Beirut di dare ordini alle Forze libanesi, partito di destra, responsabile a suo dire degli spari sulla manifestazione.

Il suo leader, Samir Geagea (imprigionato fino al 2005 per crimini di guerra), nega le accuse ma la tensione tra le parti avverse resta alta. Insomma si soffia sul fuoco di un nuovo incendio libanese. Pur non tenendo conto delle accuse di Hezbollah, è difficile escludere un collegamento tra i tiri dei cecchini sulla manifestazione sciita e il forte irrigidimento della posizione americana verso Iran, Siria e Hezbollah avvenuto in queste settimane.

Una tensione aumentata quando Teheran e Damasco, entrambe sotto embargo Usa e internazionale, hanno inviato carburante al Libano stremato. Una posizione quella Usa che, forse, i tiratori scelti hanno interpretato come un via libera. “Il tempo stringe”, ha detto due giorni fa il segretario di Stato Antony Blinken riguardo il rilancio dell’accordo (Jcpoa) sul programma nucleare di Teheran al termine di un incontro a Washington con il ministro degli esteri israeliano Yair Lapid e il capo della diplomazia degli Emirati Abdullah Bin Zayed Al Nahyan. “Siamo pronti ad altre opzioni se l’Iran non cambia rotta”, ha affermato Blinken “ci stiamo avvicinando al punto in cui il ritorno al Jcpoa non avrà più i benefici del Jcpoa”.

Washinton, a meno di un anno dalla vittoria di Biden su Trump, ha già esaurito la volontà di privilegiare la diplomazia sull’uso della forza. Ed è ormai schierata sulle posizioni di Israele nei confronti dell’Iran e dei suoi alleati. Ed ecco che il Libano in questo scenario è ridiventato il punto di convergenza internazionale di un conflitto più ampio, come è sempre tragicamente avvenuto in passato.


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