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Xi Jinping e Joe Biden

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IL confronto tra Cina e Stati Uniti si fa sempre più teso, lo si era già capito anche al G-20 nell’incontro tra il segretario di Stato americano Blinken e il ministro cinese Wang. Da Glasgow ieri Biden è ha usato nei riguardi dei Pechino toni quasi sarcastici.

Biden è stato esplicito e ha attaccato la leadership cinese sul clima ma in gioco nell’immediato c’è ben altro. “Il fatto che la Cina stia cercando di affermare, comprensibilmente, un nuovo ruolo da leader globale e poi non si presenta…. ma andiamo”. Il presidente Usa Joe Biden è tornato così, con un “come on”, nella conferenza stampa alla Cop 26 di Glasgow, sulla questione dell’assenza di Cina e Russia. “La questione più importante che ha preso l’attenzione del mondo è il clima – ha dichiarato – dappertutto, dall’Islanda all’Australia, è una questione gigantesca, e la Cina ha scelto di non esserci. Come fai a fare questo e affermare di essere in grado di avere la leadership? E la stessa cosa vale per Putin”, ha aggiunto.

Mai Biden, che ha sempre tenuto aperto il dialogo con Pechino anche da vicepresidente di Obama, era stato così duro e ironico verso la Cina di Xi Jinping. Quanto a Putin tutti ricordano che mesi fa in un’intervista definì il leader russo un “killer”.

La questione climatica è importante ma è solo una parte della storia. Per la prima volta Biden qualche giorno fa  aveva messo fine all'”ambiguità strategica” su Taiwan annunciando pubblicamente che gli Stati Uniti difenderanno l’isola da un’eventuale aggressione della Cina. Nel corso di un dibattito alla Cnn Biden aveva affermato “che gli Usa hanno preso un sacro impegno per quel che riguarda la difesa degli alleati della Nato in Canada e in Europa e vale lo stesso per il Giappone, per la Corea del Sud e per Taiwan”. Insomma aveva messo in chiaro di essere disposto contrastare con le armi le ambizioni cinesi di riunificazione con l’isola di Formosa, distante solo 150 chilometri dalla costa cinese ed estremamente strategica per il controllo del Mar Cinese, delle rotte verso il Pacifico e per il sistema sicurezza di Giappone e Corea del Sud.

La questione Taiwan, principale trofeo nella competizione tra Stati Uniti e Cina, non poteva che essere al centro anche di uno dei più importanti incontri a margine del G20 di Roma: quello tra il segretario di Stato americano Antony Blinken e il ministro degli Esteri cinese Wang Yi. Il capo della diplomazia americana in questa occasione ha ribadito che gli Usa si oppongono alle azioni intraprese da Pechino che hanno aumentato le tensioni nello Stretto di Taiwan e a qualsiasi “atto unilaterale che cambi lo status quo”. Da sottolineare che in questi giorni la Cina ha inviato 8 aerei militari a violare lo spazio di identificazione di difesa sudovest di Taiwan.

È questa la fotografia della crisi tra superpotenze che più preoccupa gli osservatori internazionali. L’assenza di Xi Jinping, oltre che a Glasgow, anche al vertice del G-20 – il cui effetto visivo è stato quello di una foto di gruppo anti-cinese – ha fatto sì che a Roma il bilaterale più caldo sia avvenuto a livello ministri degli Esteri che per altro non si incontravano dal vertice di Anchorage, in Alaska, nel marzo scorso. Sono passati mesi ma i motivi di attrito tra le due superpotenze sono ancora tutti lì, ma il piano degli Usa per ricompattare l’Anglosfera e l’Ue in chiave anti-Cina ha fatto notevoli passi in avanti, dal patto Aukus per la fornitura di sottomarini all’Australia alla “scoperta” europea dell’Indo-Pacifico.

Blinken a Roma ha espresso preoccupazione “per una serie di azioni di Pechino che minano l’ordine internazionale basato sulle regole e che sono contrari ai nostri valori e interessi e a quelli dei nostri alleati e partner, comprese le azioni relative ai diritti umani, Xinjiang, Tibet, Hong Kong, il Mar Cinese Orientale e Meridionale e Taiwan”. Insomma nulla va bene tra Washington e Pechino anche se Blinken aveva sottolineato l’importanza di mantenere aperte “linee di comunicazione” per gestire in modo “responsabile” la competizione tra Cina e Usa.

Sia Biden che Blinken sono stati chiari: gli Stati Uniti si oppongono ad azioni intraprese da Pechino che hanno aumentato le tensioni attraverso lo Stretto di Taiwan, ribadendo che Washington si oppone a eventuali modifiche unilaterali dello status quo. Blinken ha anche ribadito che Washington non ha cambiato la sua politica di “una sola Cina” nei confronti di Taiwan, che ricordiamo non è ufficialmente riconosciuta dai membri del consiglio di sicurezza Onu e non ha un seggio alle Nazioni Unite e neppure ambasciate dove ce n’è aperta una cinese (solo uffici taiwanesi di rappresentanza commerciale).

La Cina, com’è noto, rivendica l’isola come parte del proprio territorio e considera qualsiasi intervento straniero su Taiwan come un’interferenza nei suoi affari interni. Gli Stati Uniti hanno intensificato il loro sostegno al governo di Taiwan durante la presidenza Trump e sempre di più nei primi mesi dell’amministrazione Biden. Nell’ultimo mese la Cina ha aumentato le sue dimostrazioni di forza nell’area; Washington ha risposto esplicitando la propria determinazione a difendere Taiwan da una eventuale aggressione cinese.

Solo pochi giorni fa la presidente taiwanese Tsai Ing Wen ha ammesso per la prima volta la presenza di militari americani sull’isola. Il colloquio di Roma tra Blinken e Wang è stato definito dagli americani “sincero, costruttivo e produttivo”. Ma sembrano parole di circostanza. Non dimentichiamo che ha risvolti anti-cinesi anche l’accordo di Roma tra Usa e Ue per la rimozione dei dazi americani su alluminio e acciaio e dei contro-dazi europei su altre merci americane. In poche parole gli americani vogliono in qualche modo portare a bordo anche gli europei nel confronto con la Cina. La sfida continua e riguarda tutti noi.


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