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Soldatesse etiopi in un centro detentivo dopo essere state catturate dai ribelli del Tigrai

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Con l’assedio delle forze del Tigrai ad Addis Abeba rischiano di saltare l’Etiopia e il Corno d’Africa, con pesanti conseguenze anche per l’Europa e l’Occidente. Il Corno d’Africa sta vivendo una fase intensa di guerre e conflitti dove nessun Paese coinvolto sembra in grado di controllare la situazione. L’Etiopia è in fortissima difficoltà e il governo del premier Abiy Ahmed si sta sgretolando, il golpe in Sudan rappresenta un enigma, l’Eritrea è schiacciata da un parziale isolamento internazionale e da una persistente crisi economica, la Somalia vive da oltre 30 anni in una sorta di anarchia irrefrenabile ed è nel mirino costante del jihadismo degli Shabab.

L’ex impero coloniale italiano è nella bufera ma nella quasi completa indifferenza dei nostri media. In questo contesto il timore è quello di vedere l’intera area condizionata da conflitti e tensioni. Una prospettiva che preoccupa le potenze regionali e dovrebbe suscitare l’attenzione anche dell’Occidente. Gli interessi in ballo nel Corno d’Africa sono tali da mettere in allarme la diplomazia. A partire da quella europea.

L’Europa, dopo avere tenuto un basso profilo nel conflitto tra Etiopia ed Eritrea, ha lasciato che fossero altri a occuparsi del Corno, a partire dalla Cina, con i suoi grandi investimenti economici e infrastrutturali (la mega-diga etiope sul Nilo Azzurro), compresa la base militare di Gibuti, per continuare con la Turchia in Somalia, mentre diventava sempre più evidente l’influenza di stati come Emirati, Arabia Saudita, Israele, oltre al tradizionale ruolo dell’Egitto, che qui si gioca una partita vitale per le risorse idriche.

Con i conflitti in corso l’Europa adesso potrebbe assistere ad un aumento dei flussi migratori e dell’espansione di guerriglia e terrorismo. Così come potrebbero essere messi in discussione gli investimenti e i rapporti economici instaurati negli ultimi anni. Senza contare la vicinanza del Corno d’Africa con il Sahel, dove l’Unione europea è intervenuta militarmente, e la Libia, la cui instabilità e la presenza di truppe e milizie straniere mettono seriamente in dubbio il processo elettorale (voto di dicembre) e quello per la riunificazione effettiva di Tripolitania e Cirenaica.

Anche per questo scenario ribollente, la visita di sabato ad Algeri del presidente della Repubblica Mattarella ha un significato notevole: per i rapporti bilaterali – Algeri e Roma sono legate dallo storico gasdotto Transmed (30% delle nostre forniture di gas) – ma anche perché la situazione nel Maghreb è estremamente tesa. L’Algeria e il Marocco hanno rotto i rapporti diplomatici, è stato chiuso il gasdotto che arrivava in Spagna e i due Paesi si stanno scambiando gravi accuse reciproche per la destabilizzazione del Sahara e del territorio Saharawi.

L’Etiopia è un Paese nel caos. Alla periferia di Addis Abeba sono schierati i ribelli del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf) e dell’Esercito di liberazione degli Oromo (Olf). I ribelli hanno le capacità militari per entrare ad Addis Abeba in poco tempo, se lo volessero, ma nelle ultimi giorni avevano inviato segnali che forse avrebbero preferito trovare un accordo con il governo. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, si è detto “estremamente preoccupato” per l’escalation: “È in gioco la stabilità dell’Etiopia e dell’intera regione”, ha dichiarato in una nota il portavoce di Guterres, Stephane Dujarric. Guterres ha quindi ribadito il suo appello per un’immediata cessazione delle ostilità e per un accesso senza ostacoli agli aiuti umanitari, in particolare nelle tre regioni settentrionali Tigray, Amhara and Afar. In Etiopia è arrivato anche l’inviato speciale degli Usa per il Corno d’Africa, Jeffrey Feltman, per cercare una soluzione al conflitto in corso fra il governo e i ribelli del Tigray.

Jeffrey Feltman non viene propriamente da un successo: era in Sudan quando è cominciato il colpo di stato mentre stava negoziando con il governo sbalzato dai golpisti. Vediamo cosa saprà e potrà fare questa volta. La guerra interetnica è scoppiata esattamente un anno fa nell’Etiopia del primo ministro e, paradossalmente, premio Nobel per la pace 2019, Abiy Ahmed. La svolta si è avuta quando i minoritari ribelli tigrini si sono alleati con quelli oromo, la maggiore etnia del paese. I ribelli del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf) combattono per la riconquista di un ruolo chiave, che avevano rivestito in Etiopia per un quarto di secolo e perduto con l’avvento di Abiyi. Lo scorso fine settimana il Tplf aveva annunciato la presa di Dessie e Kombolcha, città situate su uno snodo stradale strategico circa 400 chilometri a nord di Addis Abeba. Su un altro fronte, l’Esercito di liberazione degli oromo (Olf) ha proclamato di aver preso località più a sud, lungo l’autostrada che porta alla capitale.

A essere travolto è stato anche il tentativo del premier Abiy di riformare il paese gestendo al contempo le tensioni fra le oltre 90 etnie, tra cui spiccano – accanto ad amhara, somali e afar – appunto gli oromo e tigrini (questi ultimi sono circa 6 milioni dei 110 milioni di etiopi). Non a caso Abiy, egli stesso oromo per parte di padre, ha accusato l’alleanza ribelle di voler “distruggere il paese” e trasformare l’Etiopia in una Libia o Siria. Abiy ha commesso gravi errori. Aveva frettolosamente proclamato una vittoria il 28 novembre dell’anno scorso ma a giugno i guerriglieri del Tplf avevano riconquistato la maggior parte della loro regione, costringendo il governo a dichiarare un cessate il fuoco unilaterale. E ora siamo alla resa dei conti, non solo per la sorte del governo Abiy ma per il destino di un’intera grande regione africana.


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