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Il Kazakistan nel caos

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«Gli Usa sono orgogliosi di poterla chiamare amico», ha scritto Biden a settembre in un messaggio al presidente del Kazakistan Tokayev. Forse perché lì ci sono investimenti miliardari di Exxon e Chevron (c’è anche Eni). Ora un altro “amico”, Putin, deve intervenire a difenderli. La storia in sintesi, al netto dei pezzi coloriti dei giornali italiani, è questa.

Le multinazionali dell’energia in questi anni hanno investito in Khazakistan 160 miliardi di dollari ma non significa che questo sia un Paese ricco, anzi probabilmente gas e petrolio hanno accentuato le differenze di classe e di censo durante gli anni della dittatura di Nazarbayev. In troppi Paesi petroliferi come Iraq, Libia, Iran e Algeria, l’oro nero non ha portato quella ricchezza che tutti si aspettavano.

La stessa opposizione presenta contorni che non sono affatto chiari. L’ex banchiere e dissidente Mukhtar Ablyazov ha dichiarato da Parigi, dove è in autoesilio, di essere il leader dell’opposizione e delle proteste in Kazakististan. Marito di Alma Shalabayeva, l’ex oligarca ed ex ministro Ablyazov è accusato di frode e appropriazione indebita per 5 miliardi di dollari in Kazakistan.

La Shalabayeva fu catturata a Roma nel 2013 dalla polizia che la fece riportare in patria, una sorta di sequestro di persona: a Perugia tra poco comincia il processo dove sono imputati i funzionari della polizia italiana. Putin così oggi ha tre fronti aperti ai suo confini. Uno in Ucraina, con un dispiegamento massiccio di truppe e un negoziato in programma nei prossimi giorni con gli Stati Uniti e la Nato. L’altro con la Bielorussia di Lukashenko. E ora un terzo: il 6 gennaio la Russia e i suoi alleati hanno dovuto inviare tremila paracadutisti in Kazakistan per aiutare un regime amico a salvarlo da una rivolta.

La zona d’influenza della Russia è insomma sempre più ballerina. Putin pensava di essere in posizione di forza ma improvvisamente sembra trovarsi al centro di una regione la cui instabilità, un giorno, potrebbe coinvolgere anche la Russia. Gli eventi in Kazakistan ci ricordano che il mondo ex sovietico è sempre in fibrillazione. Nell’estate del 2020 è toccato alla Bielorussia, con le elezioni presidenziali alterate dal dittatore Aleksandr Lukašenko e le contestazioni durate mesi e represse da Putin per salvare il regime. Poi c’è stata la guerra tra Armenia e Azerbaigian, in cui la Russia ha dovuto ancora una volta inviare le sue truppe per separare i belligeranti. Ora è il turno del Kazakistan.

Per giustificare il ricorso all’alleanza militare regionale guidata dalla Russia, il presidente del Kazakistan ha parlato di “aggressione terrorista” di ispirazione straniera. Anche Mosca ha tirato in ballo influenze dall’estero. Naturalmente nessuno ha presentato prove a sostegno di un coinvolgimento straniero nella rivolta che ha già provocato decine di morti. La “mano straniera” somiglia molto a una copertura per un intervento militare destinato a sedare una rivolta. Questo sollevamento ha in realtà cause interne piuttosto evidenti: il detonatore è l’aumento del prezzo della benzina, che ha fatto emergere rivendicazioni politiche di lunga data.

Detto questo gli americani e loro multinazionali sono presenti in Khazakistan da 25 anni: possibile che non si siano accorti di nulla? La verità è che hanno partecipato in maniera estensiva al sistema di corruzione e di depredazione del Paese e ora si augurano che il Khazakistan si tenga in piedi perché anche i loro affari sono in pericolo.

Il Kazakistan è un paese immenso di 18 milioni di abitanti, ha un sottosuolo molto ricco ed è stato governato da trent’anni con il pugno di ferro da un solo uomo, il potente Nursultan Nazarbayev, che ha lasciato la presidenza nel 2019 ma ha mantenuto il controllo dello stato guidando fino all’altro ieri il Consiglio nazionale della sicurezza. Il suo successore, Kassim-Jomart Tokaev, ha promesso riforme politiche che non ha mai avviato, e oggi ne paga il prezzo in termini di malcontento della popolazione.

Perché Putin è intervenuto? Putin vuole restare il padrone nella “sua” zona d’influenza prima di negoziare con gli Stati Uniti. La cosa interessante è che questa volta può trovare se non l’appoggio la “non opposizione” degli Usa interessanti anche loro alla “stabilità” del Khazakistan nel cuore di un’Asia centrale sehnata dalle rivolte ma anche dal jihadismo. Del resto dopo il vergognoso ritiro dall’Afghanistan gli Stati Uniti hanno poco da dire su quasi tutto.


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