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Joe Biden con Mario Draghi in Cornovaglia

Tempo di lettura 4 Minuti

L’IDENTITA’ europea, forse più che mai, è diventata quella americana. La politica estera dell’Unione europea non  esiste, se non con qualche leggera sfumatura di grigio su Cina e Russia che la distingue da Washington.  Il vertice del G-7 in Cornovaglia, quello della Nato a Bruxelles e il faccia a faccia di domani tra Biden e Putin servono soprattutto agli Stati Uniti per affermare che gli affari europei sono di loro competenza, in tutti i sensi, da quelli economici alla difesa.  

TENERE A BADA MOSCA DISTACCARE I CINESI

C’è poco da girarci intorno: quello che interessa agli Usa è tenere a bada la Russia e distaccare il più possibile i cinesi dagli europei, impresa per Washington non facilissima, visto che nel 2020 la Cina ha superato gli Usa come maggiore partner commerciale dell’Unione.  Trump aveva mostrato disprezzo o noncuranza verso l’Europa, il suo successore Biden è più pragmatico: il primo aveva lanciato lo slogan “America First”, il secondo si presenta con un accattivante “America is back”, ovvero con “l’America è tornata”.

Tornata a fare cosa? A far trangugiare agli europei il menù americano secondo i tradizionali rapporti di forza. L’Alleanza atlantica è pagata in gran parte dagli Usa, sono americani i missili balistici e continentali puntati contro la Russia e ora anche verso la Cina. Come ci ha informato il capo del Pentagono, Austin, è stata firmata una direttiva di allerta alle forze militari per fronteggiare la Cina come “la sfida numero uno” degli Usa e dell’Occidente. Questo il premier Draghi lo ha capito perfettamente e quindi al G-7 ha lavorato insieme agli altri europei per limare la posizione americana che vorrebbe appendere un cartello “Wanted” sulla foto del leader cinese Xi Jinping: la pandemia – questa è la versione Usa – è colpa sua, lui è il repressore dei diritti umani dei musulmani uiguri dello Xinjang ma anche delle proteste di Hong Kong. Così come Putin è il grande protagonista della “disinformazione mondiale”, l’autocrate che sostiene la Bielorussia, che ha annesso con un referendum la Crimea. L’“uomo nero” dell’Europa.

LE CONTRADDIZIONI

Per raggiungere l’obiettivo di tenere a bada gli alleati europei Biden, più accorto di Trump, si è inventato il fronte delle “democrazie liberali”. Che è un modo per distinguersi dagli avversari ma anche una formula elegante per gli europei di accettare, senza troppo vergognarsi, il menù americano: vogliamo forse sottrarci dal fronte comune delle democrazie? Ma per carità. Non sia mai detto. Peccato che nella sfera degli alleati occidentali ci siano Paesi che di democrazia ne hanno pochina, come l’egiziano al Sisi, gli impresentabili monarchi assoluti del Golfo e il turco Erdogan che è un membro della Nato. Senza contare che per venire via dall’Afghanistan dopo 20 anni di flop, gli Usa hanno negoziato in Qatar con i tagliagole talebani, che ormai sono legittimati a tornare al potere. Gli europei e la Nato hanno quindi dovuto accettare il ritiro: potevano scegliere soltanto la data dell’ammainabandiera, così come hanno fatto.

BIDEN-ERDOGAN

Nei fatti gli europei contano ben poco. Ma Biden ha scelto come suo primo viaggio all’estero il continente, mentre per Trump la sua prima missione fu l’Arabia saudita per vendere 100 miliardi di dollari di armi. Biden è un piazzista più lungimirante di Trump. Sa che la Nato serve a vendere armi e tecnologia americana, oltre che quella europea e ha deciso che è meglio usare l’Europa come una filiale piuttosto che come un concorrente.  

A questo proposito è interessante il bilaterale tra Biden ed Erdogan che ha acquistato dalla Russia le batterie anti-missile S-400: ricordiamo che la Turchia ospita missili nucleari americani e la grande base aerea di Incirlik. Biden ed Erdogan si detestano, ma le strategie sono più importanti delle simpatie.

La Turchia, riluttante alleato Nato, ha simpatie per Putin ma si oppone alla Russia sul fronte della Siria, della Libia, dell’Azerbaijan. Ecco perché devono mettersi per forza d’accordo. Al di là degli slogan sulle democrazie liberali, anche i dittatori servono, come ha riconosciuto Draghi. Servono persino i talebani, che non hanno mai rinnegato Al Qaida, e pure l’Isis, presente in Afghanistan: queste milizie jihadiste potrebbero essere utilizzate dall’Occidente per infiltrare e destabilizzare lo Xinjiang cinese a maggioranza musulmana. In mezzo a tanti argomenti seri c’è anche spazio per una risata.

Biden al G-7 ha promesso a Draghi pieno sostegno sulla Libia; il presidente Usa è incerto solo su un punto: se al vertice Nato raccontare o no al premier la barzelletta sulla “cabina di regia italiana” in Libia già promessa da Obama e Trump. E questo dopo avere bombardato Gheddafi nel 2011 con Francia e Gran Bretagna. Il figlio di Gheddafi, Seif Islam, intanto si vorrebbe candidare alla presidenza, sostenuto dell’attuale premier Dbeibah che aveva guidato una delle società di investimento di Seif. Capite bene che gran lavoro hanno gli strateghi occidentali.


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