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Talebani a Kabul

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Il presidente americano Biden e la sua amministrazione, ogni giorno di più, assomigliano un treno che sta deragliando. Non sappiamo quanti siano e dove siano gli americani, ha detto Biden nella sua conferenza stampa di venerdì. È un’ affermazione sconcertante: sembra che con il governo di Kabul sia franato anche quello americano. Gli Usa si sono ritirati e non sanno neppure quanti e dove siano i loro cittadini. E se non lo sa il presidente americano, emblema della superpotenza tecnologica, dovremmo saperlo noi?

Sono stati vent’anni con le truppe e l’intelligence della Cia in un Paese e almeno questa informazione che li riguarda direttamente dovrebbero averla. Sul resto ormai nessuno fa più affidamento sugli Stati uniti: dotati della migliore tecnologia al mondo, in Afghanistan hanno speso miliardi in uomini e mezzi, ci hanno fatto pure credere di avere addestrato un esercito e non hanno saputo prevedere il crollo devastante delle forze armate locali. Si sono coperti di ridicolo dopo una guerra infinita che ha fatto 240 mila morti di cui oltre 70 mila civili, in buona parte uccisi dalle bombe occidentali.

Abbiamo però una certezza, che ci ha dato lo stesso Biden. L’Afghanistan era pieno di migliaia di americani – dai contractors, ai funzionari, agli esperti di cooperazione – che dovevano tenere in piedi il Paese facendo finta che fossero gli afghani a farlo.

Gli americani in giro per l’Afghanistan sarebbero almeno 11mila, secondo il Financial Times. Se a questi aggiungiamo i collaboratori afghani si arriva a decine di migliaia di persone: un ponte aereo gigantesco in una situazione intenibile, se non con un accordo con i talebani. E i talebani fanno pagare per ogni afghano esfiltrato: paga l’Italia, pagano quasi tutti. Insomma è il business del salvataggio, che il nuovo Emirato rende ancora più drammatico andando a caccia di giornalisti, donne, attivisti. Un caos che per il momento ai talebani conviene perché mette in scena, sotto gli occhi del mondo, quella disfatta americana e occidentale.

L’Afghanistan era stato messo in una sorta di “bolla” americana e occidentale che doveva tenere sotto vuoto, a distanza al Paese reale, le istituzioni, le forze armate, i media, le donne, gli attivisti, gli intellettuali. I talebani e il resto degli afghani osservavano la bolla sgonfiarsi giorno dopo giorno, mentre galleggiava in una retorica anni luce lontano dalla realtà. La bolla di sapone è scoppiata, l’Afghanistan è esploso e si è riversato nell’unico punto dove se ne rintraccia ancora la schiuma: l’aeroporto di Kabul, con dentro 6mila soldati americani, il doppio di quelli che erano stati ritirati. E già questo la dice lunga sui calcoli sbagliati fatti non solo ovviamente da Biden ma anche da Trump che avviò i negoziati di Doha con i talebani.

Non si tratta di un fallimento soltanto presidenziale ma di un sistema intero incapace di elaborare e soppesare le informazioni che riceve. È il sistema America che ha fallito, tutto insieme.


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