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Il portavoce Zabihullah Mujahid in conferenza stampa ha annunciato i nomi dell'esecutivo ad interim

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È TORNATO l’Af-Pak, che per la verità non era mai scomparso. Il  nuovo governo talebano rappresenta la grande rivincita sulla sconfitta  del 2001 dei pashtun, etnia maggioritaria in Afghanistan ma anche nella  provincia del Nord ovest del Pakistan. In definitiva il ritorno al  potere dei talebani _ di questi talebani _ è una vittoria dei  pakistani.    Si tratta, a guardare bene, di un esecutivo con alcuni noti terroristi e  dominato dalla rete Haqqani (4 ministeri), anello di congiunzione tra i  talebani e Al Qaeda, una sorta di estensione del governo e dei servizi  pakistani. Non è un caso che il governo talebano sia il risultato della  mediazione tra le fazioni talebane attuata a Kabul dal capo dei servizi  pakistani (Isi), Faiz Hamid.    

Non dimentichiamo che il capo dei servici pakistani era anche presente  quando il 29 febbraio 2020 gli Stati Uniti firmano l’accordo i pace  con i talebani: insomma i pakistani hanno seguito passo dopo passo tutta  questa vicenda, partire nel 2018 dalla scarcerazione, su richiesta  americana, del Mullah Baradar che tenevano in carcere da otto anni.  Baradar nel 2010 stava negoziando con l’allora presidente Hamid Karzai  ma a Karachi venne arrestato dai pakistani temendo che potesse essere minata la loro influenza su un nuovo eventuale governo afghano. Poi Baradar è stato adeguatamente “istruito” dai pakistani che lo hanno  fatto entrare nel gioco dei negoziati di pace di Doha.    

Nei giorni scorsi tra l’altro sono circolate foto che immortalavano il  capo dei servizi Hamid in preghiera con il Mullah Baradar, oggi vice  capo di governo, e con Abdul Hakim Sheik. Altro che legami  “segreti”: i servizi pakistani dell’Inter-Service Intelligence  (Isi) hanno fornito, soldi armi e assistenza per le decisioni tattiche  da assumere nell’avanzata dei talebani e per la conquista della valle  del Panshir in mano ai tagiki di Massud, il figlio del “Leone del  Panshir”.      L’Afghanistan è considerato a Islamabad una parte essenziale della  “profondità strategica” del Pakistan nel conflitto eterno che lo  contrappone all’India nel Kashmir, un tassello irrinunciabile per la  sua sopravvivenza.

Non è certo un caso che i talebani siano nati in  Pakistan incoraggiati dal governo del premier Benazir Buttho che con  l’ascesa degli studenti coranici intendeva aprire una via sicura e  controllata tra il Pakistan e le ex provincie sovietiche a Nord.    

E’ in questa geopolitica che si inserisce anche il ruolo della Cina,  il maggiore investitore straniero in Pakistan nei gasdotti e nella rete  stradale e ferroviaria che fa parte della Via della Seta. Il Pakistan  intende mandare un messaggio a Pechino: “siamo noi i garanti di questo  governo talebano e possiamo influenzarlo in maniera decisiva”.  Ed è ovviamente un messaggio di Islamabad anche al nemico indiano. Non  è infatti un caso che l’India, alleata dell’ex presidente Ghani,  abbia frettolosamente chiuso le sue rappresentanze diplomatiche e  consolari consolati in Afghanistan mentre i talebani avanzavano  rapidamente conquistando una provincia dopo l’altra.    

Ma il governo talebano filo-pakistano è anche è anche uno strumento  negoziale in mano al Pakistan nei confronti degli Stati Uniti. Il  Pakistan infatti è nominalmente un alleato dell’Occidente, anche se  proprio in Palista venne ucciso Osama bin Laden mentre il Mulla Omar  morì in un ospedale di Karachi Nelle ultime settima il capo della Cia  Williams Burns è stato più volte a Islamabad per incontrate i verti  militari e dei servizi segreti: al centro di questi incontri c’era la  disponibilità del Pakistan a sostenere possibili e forse inevitabili  operazioni americane anti-terrorismo in Afghanistan. Ed è proprio su  questo punto che sono cominciate le contrattazioni tra Islamabad e  Washington per stabilire quali basi usare e che tipo di operazioni gli  americani potrebbero fare con l’approvazione preventiva dei pakistani.      

Il Pakistan ha dunque un ruolo decisivo oggi, così come lo ha avuto  sempre in passato. Facendo anche il doppio gioco: i servizi segreti  pakistani collaborano da decenni con la Cia, sin dai tempi della lotta  dei mujaheddin contro l’Unione sovietica, ma hanno anche dato sostegno  ai talebani e ai gruppi integralisti che operavano contro le forse  americane e occidentali. “Gli afghani hanno rotto le catene della  schiavitù”, ha dichiarato il primo ministro Imra Khan quando i  talebani hanno conquistato Kabul. Una dichiarazione che già da sola  dice tutto.


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