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L'attacco alle Torri Gemelle

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A venti anni esatti dal giorno dell’imponderabile, quando la fantascienza si tramutò in realtà, i talebani inaugurano il loro esecutivo a Kabul e gettano non pochi interrogativi sulla stabilità di un’area che dal Mediterraneo orientale giunge sino all’Oceano Indiano. Come abbiamo letto con diverse sfumature e sensibilità, a volte preoccupate e altre con una buona dose di compiacimento, si chiude il ventennio della “guerra al terrorismo” e dell’“esportazione della democrazia” ed è contestualmente proclamata la fine del “lungo Novecento americano”.

Come di recente ricordato da Mario Del Pero, uno dei più acuti conoscitori di politica estera statunitense, nel ventennio intercorso tra il drammatico 11 settembre 2001 e le scene di fine agosto 2021 provenienti dall’aeroporto di Kabul, Washington ha mostrato una progressiva e definitiva erosione dei tre assi portanti alla base della sua risposta all’attacco portato sul suolo statunitense. Eccezionalismo, logica di potenza ed unilateralismo hanno mostrato i loro limiti e la loro inefficacia per poi giungere a questo 11 settembre 2021: con il decollo dell’ultimo aereo statunitense da Kabul si chiude qualsiasi ipotesi di leadership globale così come emerso dal dopo Guerra fredda.

Se proviamo però ad allargare un po’ lo sguardo e ad estenderlo all’intero “secolo americano”, cioè il Novecento, è impossibile esimersi dal sottolineare l’indubbio primato economico, tecnologico e di conseguenza anche militare di Washington, al quale ben presto si deve aggiungere un pervasivo utilizzo del soft power della cosiddetta american way of life, fatta di trionfo dei consumi di massa quanto del modello cinematografico hollywoodiano. A questo primato corrisponde però una leadership politica statunitense a livello internazionale molto più riluttante, perlomeno sino all’ingresso di Washington nel secondo conflitto mondiale. Si tende a dimenticare quanto tardivo e complicato per l’internazionalista Wilson fu l’ingresso statunitense nel primo conflitto mondiale e quanto si fece sentire l’assenza americana nei decisivi anni Venti e Trenta, con l’Europa che preparava la seconda catastrofe mondiale.

Se si accetta questa logica si può allora racchiudere il vero e proprio trionfo della leadership politica globale statunitense al trentennio del XX secolo che va dal 1941 al 1971, cioè dalla decisione di entrare nel secondo conflitto mondiale a seguito dell’attacco giapponese a Pearl Harbor, a quella di Nixon di chiudere formalmente con il sistema di Bretton Woods, uno dei cardini dell’internazionalismo rooseveltiano, vero ed unico esempio della volontà di leadership politica americana nel corso del “lungo Novecento”.

Nessuno vuole in questa sede affermare che dal 1971 gli Stati Uniti si siano ritirati e progressivamente chiusi in un eccezionalismo ispirato alla dottrina Monroe. Si vuole soltanto sottolineare che da quel momento, unito alla successiva exit strategy in Vietnam e all’avvio del processo di regolarizzazione delle relazioni con la Cina, da Washington è partito un importante segnale nella direzione di quell’Europa che in due occasioni era stata salvata e che, nel secondo caso, era stata ricostruita e all’interno della quale erano state gettate le basi di una progressiva unificazione, economica ma in prospettiva anche politica.

Questo richiamo al processo di integrazione, formalmente apertosi nel 1951 con la nascita della Ceca (non dimentichiamolo parte del progetto dell’internazionalismo statunitense), permette di spostare l’attenzione proprio sul punto di vista europeo. Vi è stata la percezione che la leadership politica statunitense avrebbe anche potuto andare verso una fase di futuro disimpegno e che il cosiddetto Empire by invitation avrebbe potuto perdere molte delle sue caratteristiche così favorevoli per il Vecchio Continente? La risposta europea è stata ambivalente.

Da un punto di vista economico l’Europa ha avviato una sua peculiare reazione alla fine di Bretton Woods e il percorso che ha portato all’introduzione della moneta comune ne è l’esito virtuoso. Non altrettanto si può affermare da un punto di vista politico e strategico. Il rilancio reaganiano degli anni Ottanta (euro-missili e guerre stellari), il crollo del Muro di Berlino e quello successivo dell’Urss e le garanzie offerte dalla Nato di fronte all’impotenza europea nel proprio “cortile di casa” balcanico, hanno finito per spazzare via qualsiasi ipotesi di creazione di una forma, anche embrionale, di autonomia strategica da parte dell’Ue. In definitiva e in maniera forse un po’ brutale, vista da questa prospettiva l’affrettata chiusura del dossier afghano da parte di Biden costituisce soltanto il gradino più basso di un processo di disimpegno statunitense le cui origini affondano nel 1971.

Il peccato originale delle principali leadership politiche europee è quello di non essersi spese per accostare al meritorio lavoro svolto sul piano economico-finanziario un altrettanto e forse anche più necessario lavoro di razionale e coerente costruzione di una strategia diplomatica e militare. L’impotenza mostrata nei Balcani, le divisioni di fronte alla seconda guerra in Iraq, il pasticcio in Libia e quello altrettanto inguardabile in Siria sono tutti tasselli che fanno parte di questa tragica inconsistenza strategica dei Paesi europei uniti all’interno del processo di integrazione.

L’11 settembre 2001 gli Stati Uniti hanno mostrato al mondo tutta la loro fragilità. Nei 20 anni successivi hanno confermato che il loro primato economico e militare non è sinonimo di incontrastata leadership politica, sia perché in un mondo asimmetrico ma fortemente integrato (basti pensare al livello di integrazione economico-finanziaria tra Washington e Pechino) il passaggio non è automatico, sia perché la leadership statunitense è sempre più riluttante.

Se ci spostiamo sulla nostra sponda dell’Atlantico e guardiamo l’Europa dell’ultimo cinquantennio, non possiamo che registrare alcune manovre tattiche ma nessuna davvero strategica. E come ricorda il generale Sun Tzu: “La strategia senza tattica è la via più lunga per giungere alla vittoria. Una tattica senza strategia è il rumore della sconfitta”. Kabul 2021 conferma il ritiro statunitense, e non solo dall’Afghanistan, almeno quanto l’assenza di battito del “cuore europeo”. Cos’altro dovrà accadere per tentare una sua ultima, disperata, manovra di rianimazione?


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