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Il duomo di Milano

Tempo di lettura 3 Minuti

I tagliolini all’astice e il branzino al forno profumavano di cucina antica. Il cameriere zelante sgranava la lista dei vini come un rosario, il caffè fumava e la sala -con noi e un altro paio di tavoli di raccomandati ricchi- risuonava di un silenzio monacale, quasi romantico.

Chi lo dice che, nella Milano pandemica avvolta dal colore della zona rossa (come la vergogna) e in un passato perduto, i ristoratori oggi chiudono e fanno la fame? Fanno la fame, ma non tutti. Io, per esempio, in zona Porta Venezia sono entrato regolarmente a pranzo in un ristorante très chic, varcando il retro e passando per le cucine, tanto per eludere le norme che impongono la chiusura dei locali.

Mi accompagnavo ad un imprenditore simpaticissimo travolto anche lui dalla crisi che ha fermato la locomotiva. Era un cliente abituale, così in confidenza col ristoratore da permettersi -il massimo dello snob- il privilegio dell’apertura personale. Non è l’unico locale che viola le regole. E il privilegio non è tanto per rientrare nelle spese (la catastrofe economica è democratica); ma giusto per concedere l’illusione della normalità ai tanti manager, impiegati, abitatori del centro annichiliti dal Covid. Annichiliti dal Covid e dalla sua cattiva gestione, ammettiamolo.

Milano mia, crogiuolo e lavacro della miglior razza padana, come ti sei ridotta. Non ti ho mai visto così disorganizzata, così sperduta, così politicamente sciatta. Abbiamo sbagliato tutto: la tratta dei camici e delle mascherine; i tamponi venduti a peso d’oro; l’emarginazione dei medici di base che potevano salvarci dalla furia dell’ospedalizzazione; la gestione della piattaforma delle prenotazioni. Prima le Poste, poi “Aria” che già nel nome ti dava l’idea di evanescenza, ora ancora le Poste. Ci voleva un generale degli alpini per farti un cazziatone, come sotto la naia.

Milano mia. Ad attraversarti, in questi giorni, mi sembra di galleggiare nella tristezza di Luci a San Siro di Vecchioni. Piazza Duomo livida anche col sole, senza turisti, solcata da autoctoni col sorriso a mezz’asta. I tassisti fermi con lo sguardo verso via Manzoni o via Torino, private dell’eterno vocìo dei negozi spenti. I musei chiusi.
Il piazzale di Palazzo Reale trasformato nel sagrato di una chiesa senza parrocchiani.

I Navigli blindati con l’acqua che neanche sembra più scorrere. I ghisa disperati perché non ci sono auto e non riescono a fare le multe, forse se le fanno tra loro. Le colonne di Piazza S.Lorenzo liberate dalle mandrie degli studenti universitari intasati di birra e belle speranze; nella desolazione di pare quasi di vedere lo spettro del trombatissimo assessore Gallera che s’aggira senza pace.

Al Parco Sempione verde-e-marrone come dicono Elio e le Storie Tese non suonano più i bonghi e nessuno si fa più le canne.

Le università con lo smart working. Le chiese senza preti aperte solo a qualche ultraottantenne in preghiera per ottenere la chiamata del vaccino (somministrato unicamente a un over 80 su tre). Mia suocera che attende da un mese il suo turno e all’Asl la sfanculano; mentre i vicini di casa under 70 -un politico, uno psicologo e un avvocato che non frequenta il tribunale dall’88 – hanno già avuto la loro dose di Astrazeneca, fottendosene della massa plebea. Milano col cuore in mano.

Quando ero ragazzo, abituato alle placidezze della mia Verona scendevo dal treno in Centrale e vedevo che tutti si trasformavano in milanesi: si tiravano su il bavero del paletot, nelle mani si materializza dal nulla una ventiquattrore in pelle, il sorriso si stirava in un rimbrotto di saluto e il ritmo del passo, all’improvviso, diventava quello d’un marciatore. Milanesi doc.

Quando chiedevo lumi su quella strana metamorfosi mi rispondevano: A Milan, anca i moron fann l’uga, a Milano anche i gelsi fanno l’uva. Io annuivo. Mai capito che cacchio significasse; intuisco fosse una lode al lavoro duro e onesto. Oggi perfino i viaggiatori alla Stazione hanno perso il passo. E’ tutto cristallizzato nel tunnel col riverbero della luce lontana. Tutto desolante, laddove, passato l’Expo, eravamo il centro del mondo.

«Nel 2020 il Pil di Milano ha registrato una caduta senza precedenti: sfiora il -11% in termini di valore aggiunto, più che in Italia e in Lombardia. Dobbiamo accorciare le filiere, essere ancora più uniti e fare sistema. Dobbiamo trasformare la crisi in opportunità», mi dice l’imprenditore con tagliolino in bocca. Ha ragione.

Cara Milano hai passato la peste, la guerra, Tangentopoli e Fabrizio Corona. Ce la farai anche stavolta…

da https://www.facebook.com/francesco.specchia.7


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