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«È difficile dare voce a questi pensieri perché le preoccupazioni sono tantissime». È così che Claudia Mancuso, 29 anni, insegnante in una scuola dell’infanzia in Calabria, inizia il suo racconto.

«Viviamo in una situazione di incertezza generale che rapportata nel campo specifico della scuola diventa un po’ più problematica. Si può andare in sicurezza al supermercato, si può andare a comprare un vestito, andare a fare una passeggiata e potrei continuare. Si può fare perché si è trovato il modo per farlo in sicurezza e funziona. Nella scuola ancora non si è visto niente di niente e sarà una sorta di esperimento. Come se fossimo cavie, sia noi che i bambini.

È però assurdo pensare di non ripartire con la scuola e dalla scuola, che è il motore principale, ciò che manda avanti una società. Non si può pensare di non riaprire, sarebbe assurdo. Si è avuto tanto tempo per pensare, per cercare delle soluzioni che, alla fine, ci si è resi conto che non possono essere messe in pratica: come il banco posizionato in un determinato modo piuttosto che in un altro; come tenere i bambini dai sei anni in su con la mascherina per 5/6 ore: questo può dirlo chi, in una scuola, non c’è mai entrato e non conosce la psicologia del bambino.

Non hanno tenuto conto della disabilità, non si è preso in considerazione il bambino con iperattività o che presenta deficit di attenzione e chi più ne ha più ne metta. Già in teoria credo che non possa funzionare, figuriamoci in pratica! Per la fascia dell’infanzia (dai 3 ai 6 anni), quella con la quale lavoro io risulta ancora più complicato.

Il dispositivo di protezione, ad esempio, lo porterà soltanto l’insegnante e quindi è un salto nel vuoto. Io ho paura di rientrare in classe non in sicurezza e nell’incertezza; d’altro canto sono emozionata al solo pensiero di rivedere i miei bambini.

È che ci sentiamo cavie; sappiamo che si può tornare da un momento all’altro alla didattica a distanza, che ha dato le sue criticità. È stata sì funzionale per i ragazzi più grandi, perché ha avuto una validità maggiore, ma con i bambini tutto si è ridotto a video chiamate, a messaggi carini. Ci siamo reinventati, ma tutto questo non si può sostituire alla scuola. Qui il bambino ha il mezzo per eccellenza di crescita personale che è la socializzazione.

Quando viene meno, il bambino ha delle ripercussioni inevitabili. Banalmente, posso vederlo sui miei nipoti: frequentano l’asilo nido e la scuola dell’infanzia e si sono trovati spaesati quando, da un giorno all’altro, il loro mondo si è stravolto, insieme a quello dei loro genitori. Loro in particolare non hanno la contezza di ciò che realmente sta succedendo. I bambini si sono limitati a seguire gli adulti e lo hanno fatto benissimo e continuano a farlo, ma non lo hanno compreso al 100%».

Cosa può succedere, quindi? Se ritornano ad una vita che possa essere simile a quella che avevano prima ma poi salgono nuovamente i contagi e la decisione è di chiudere?

«I bambini si adattano, sono duttili, ma così è troppo. Sono pur sempre bambini. Per non parlare poi di come potrebbe essere difficile, dal lato del corpo docente, essere sostituito senza cadere in situazioni di panico se si avesse anche solo un raffreddore. È tutto un grande punto interrogativo, come quando non sai cosa aspettarti dal tuo primo giorno di scuola. Mai come ora, è esattamente così».

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