X
<
>

Tempo di lettura 3 Minuti

La locomotiva è in affanno. Stenta a respirare. Tutti siamo a sperare che possa reagire alla crisi e che le chiusure progressive dei contatti tra le persone le ridiano slancio e vita. Mai ci siamo sentiti vicini come negli ultimi giorni ai fratelli d’Italia bergamaschi, lodigiani o bresciani, solo per pensare a coloro che sono nell’occhio del ciclone.

L’immagine dei camion militari che trasportano le bare dei nostri connazionali, e non ce ne frega niente della precisazione di Borrelli, capo della protezione civile, se morti per o con il corona virus, per essere cremati fuori da Bergamo, rimarrà impressa nella nostra mente finché vivremo. I conti di quanti rimarranno sul campo in questa guerra li faremo alla fine. Diversamente dalle guerre tradizionali nelle quali scompare una generazione di ragazzi, in questa è la nostra storia, il nostro passato che rischia di scomparire.

I più fragili, che il nostro sistema sanitario, fino ad ora considerato uno dei migliori del mondo, ci ha preservato, facendoci avere una età media particolarmente elevata. Le vittime inconsapevoli e coloro che non hanno potuto piangere i loro cari né li hanno potuto seppellire, novelli Antigone di “sofocleniana” memoria, devono sapere però che tale epilogo ha delle responsabilità. Ed è quel modello di sviluppo perseguito e difeso da un Paese che ha fatto della bulimia del Nord il proprio credo.

Che ha fatto si che tutti i meriti di un Nord industriale siano potuti diventare limiti o meglio talloni d’Achille di un sistema malato. Quel Nord operoso nel quale lavora più o meno una persona su due, e che non ha voluto delocalizzare parte dei suoi impianti in un Sud dimenticato, preferendo invece che fossero i “terroni” a spostarsi. Adottando invece che il modello “aiutamoli a casa loro”, quello del “facciamoli emigrare”. Che cosa vogliono di più, diceva fino a qualche giorno fa qualche maitre a penser, della carta stampata, se vengono qui li facciamo lavorare.. Solo che la concentrazione di persone ed aziende nelle stesse aree, soprattutto se sono in una pianura nota per la nebbia e per la sua poca salubrità, nel momento della crisi manifesta tutti i suoi limiti.

La presenza di polveri sottili nell’aria e la diffusione del coronavirus hanno un legame. A certificarlo è un paper pubblicato dalla Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) e dalle università di Bologna e di Bari. L’analisi sottolinea come «vi è una solida letteratura scientifica che correla l’incidenza dei casi di infezione virale con le concentrazioni di particolato atmosferico (PM10 e PM2,5)”.
Certo questo ha fatto si che il reddito pro capite fosse molto più alto di quello medio nazionale, ma anche che l’utilizzo del suolo fosse enorme, per cui non vi è più un limite tra un paese e l’altro, ma una continuità senza fine che in questo momento è uno dei problemi.

Fino a qualche giorno fa il sindaco Sala sosteneva che bisognasse puntare esclusivamente su Milano a costo di sacrificare Napoli. Bene adesso il modello di sviluppo deve cambiare non per favorire i 21 milioni di meridionali, ma perché un paese che si sviluppa solo in una parte è estremamente fragile. Lo hanno capito gli Stati Uniti che hanno diversi cuori pulsanti del sistema industriali, lo ha capito la Spagna che ha puntato a Siviglia e Valencia oltre che su Barcellona, la prima alta velocità ferroviaria è tra Siviglia e Madrid, lo ha capito la Francia che ha sviluppato la parte mediterranea. Noi invece abbiamo ritenuto di diventare i subfornitori della Baviera, dimenticando la nostra vocazione mediterranea.

E mentre rimangono lande desolate in Sicilia o in Puglia , dove non si incontra un fabbricato per parecchi chilometri, abbiamo concentrato tutto nella Brianza. Serve un diverso modello di Paese è ormai evidente. Ma per adottarlo e perseguirlo è necessaria una classe dirigente adeguata ed un sistema istituzionale che lo renda possibile. E purtroppo noi non abbiamo né l’una né l’altra. Ma piccoli sedicenti governatori pronti a guardare al loro piccolo particolare, per ingozzarsi e poi rischiare di soffocare, come quel coccodrillo che mangia un bue e poi muore perché non riesce a digerirlo.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

shares