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Il dott. Paolo Ascierto

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A Solopaca, località del Sannio di cui è originario, gli hanno dedicato un gusto di gelato. Il prof. Paolo Ascierto, del resto, è un compaesano di cui andare fieri. Oncologo che dirige l’unità di Melanoma, Immunoterapia oncologica e Terapie innovative del Pascale di Napoli, a lui si deve l’intuizione dell’efficacia della terapia di Tocilizumab, un farmaco anti-artrite, per curare il Covid-19.

Terapia su cui però l’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) si è espressa affermando che «non ha mostrato alcun beneficio nei pazienti trattati» (LEGGI). Diverso il parere della BOE, l’agenzia del farmaco spagnola, che pochi giorni fa ha riconosciuto la “cura Ascierto” come essenziale per il trattamento del coronavirus.

Professore, per lei si tratta di un riscatto dopo il parere dell’AIFA?

Non parlerei di riscatto, il mio non è un voler dimostrare per forza che la terapia con il Tocilizumab è efficace. Se avessi avuto la percezione, dai dati scientifici, che il farmaco non funzionava, sarei stato il primo a renderlo pubblico. La BOE ha semplicemente riconosciuto che alla base della polmonite da coronavirus vi è una intensa liberazione di citochine, osservando come, i pazienti più gravi collegati a ventilatori meccanici o che necessitano di ossigeno, traggono dei notevoli benefici dalla somministrazione del farmaco.

Che idea si è fatto delle conclusioni cui è giunta l’Aifa?

L’AIFA ha semplicemente confermato ciò che già si sapeva, ovvero che il farmaco non dà alcun beneficio nei pazienti che si trovano in una fase meno avanzata, precisando inoltre che per i pazienti che si trovano in una condizione clinica più grave, bisogna attendere i risultati di studi in corso, prima di giungere a conclusioni. Lo studio emiliano ha coinvolto un gruppo di pazienti nei confronti del quale già si sapeva che il farmaco probabilmente non avrebbe dato alcun risultato, in particolare sono stati selezionati pazienti con sintomi lievi in cui per definire la risposta infiammatoria il paziente doveva rispettare almeno uno dei tre criteri: una misurazione della febbre al di sopra di 38° C negli ultimi 2 giorni, l’incremento della Pcr di almeno due volte il valore basale, oppure una Pcr sierica maggiore o uguale a 10 mg/dl. I risultati riguardano circa 60 pazienti, una coorte più piccola rispetto al Tocivid-19, che invece è stato condotto su 330 pazienti, con una coorte osservazionale di oltre 2.500 pazienti. Inoltre il dato negativo su pazienti lievi già era stato evidenziato da uno studio di Sanofi Regeneron reso noto il 27 aprile in cui era stato affermato che il Sarilumab, un analogo del Tocilizumab, non funziona nelle fasi precoci, ma in pazienti più gravi. Tra l’altro la mortalità osservata in questo studio a 30 giorni è stata del 3% circa, indicando che si tratta di una popolazione selezionata a prognosi già più favorevole.

Quanti pazienti avete curato finora con il Tocilizumab?

Circa 330. Con questo studio abbiamo dimostrato che nei pazienti gravi che rispettavano alcuni criteri, il tasso di letalità a 30 giorni è stato ridotto di più del 10%. Inoltre, nello studio osservazionale dell’AIFA, sono stati trattati più di 2mila pazienti. I dati che verranno dall’analisi di quest’ultima coorte, contribuiranno a chiarire ulteriormente il ruolo del tocilizumab nella cura del distress respiratorio da Covid-19.

Ci sarà o no una seconda ondata in autunno?

Sappiamo ancora troppo poco di questo virus per poter avanzare ipotesi di certezza. La probabilità di una seconda ondata c’è, in autunno come ora. Poi, se non dovesse accadere, saremmo tutti più contenti. In poche parole, come affermava Manzoni «meglio agitarsi nel dubbio che riposare nell’errore», e purtroppo all’inizio di questa pandemia abbiamo più che riposato nell’errore. Detto questo, al momento i numeri ci rincuorano, ma proprio per questo è molto importante non abbassare la guardia.

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