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Dopo la stretta di mano anche il saluto col gomito – diventato iconico durante la pandemia di coronavirus – potrebbe essere messo in stand-by in attesa di tempi migliori. L’ultimo consiglio dell’Oms è quello di evitare qualunque tipo di contatto, visto che il patogeno può trasmettersi anche attraverso la pelle, e di ricorrere a un cenno affettuoso a distanza, ad esempio battendosi il petto all’altezza del cuore.

Ne saranno felici i calciatori che già facevano uso del gesto a mo’ di esultanza dopo una rete segnata. Scherzi a parte, per l’organizzazione il bando a ogni forma di interazione fisica continua a essere una pratica salvavita in attesa del vaccino, Godot di questa fase della storia umana. Anche perché – proseguendo con le citazioni letterarie – l’inverno sta arrivando, almeno nel nostro emisfero, e con esso la presumibile, drastica, ascesa dei contagi.

Ma quale sarà l’evoluzione dell’epidemia nei prossimi mesi? Le previsioni non mancano, le risposte certe, al momento, sì. Per la stessa Oms l’incubo Covid ci accompagnerà ancora per circa due anni. Una proiezione che si basa su quella della pandemia della spagnola, la quale durò proprio 24 mesi (1918-1920). Ma, ha spiegato il direttore generale dell’organizzazione Tedros Adhanom Ghebreyesus, le differenze fra le due epidemie mondiali non mancano. «È vero che oggi il virus si muove più velocemente perché sono aumentate le connessioni – ha detto nel corso di un briefing a Ginevra – ma allo stesso abbiamo più tecnologie e conoscenze per fermarlo». Vero è pure che il pianeta, rispetto a cento anni fa, soffre di mali ai tempi non preventivabili nelle attuali dimensioni. Come quello dei cambiamenti climatici che, secondo uno studio dei ricercatori dell’università di Princeton (New Jersey, Usa), potrebbe influire anche sull’andamento della pandemia.

Questo fattore diventa decisivo, sottolineano gli esperti, nel momento in cui si abbassa la sensibilità della popolazione alla malattia. E, a seconda delle circostanze, è possibile ipotizzare o un unico grande picco invernale dell’epidemia oppure una serie di picchi spalmati lungo il prossimo anno e mezzo. Per questo, concludono, accurate previsioni sul clima possono aiutare a comprendere in anticipo la gravità dei futuri focolai e, quindi, a stabilire misure di controllo più rigorose.

Spaventose le stime dell’Institute of health medics and evaluation (Ihme) dell’università di Washington. Tre gli scenari che emergono dallo studio. Quello peggiore parla di 4 milioni di morti entro la fine dell’anno, quello migliore di 2 milioni, quello probabile di 2,8 milioni, cioè 1,8 milioni in più di quelli registrati sinora. Il mese nero della pandemia dovrebbe essere dicembre quando il numero di vittime quotidiane potrebbe raggiungere le 30mila unità. In Europa al 1° 2021 si potrebbero raggiungere i 668mila decessi, mentre, a livello mondiale, i Paesi con il maggior tasso di morti totali pro capire sarebbero, in ordine, Isole Vergini, Paesi Bassi e Spagna. Decisivo secondo gli esperti sarà il rispetto delle norme anti contagio: distanziamento, riduzione degli incontri sociali e uso della mascherina. Lo scenario peggiore, sottolineano, potrebbe verificarsi laddove il ricorso alle protezioni per naso e bocca rimanga sui livelli attuali e i governi continuino ad allentare le restrizioni sui contatti sociali.

In Italia “a nuttata” che secondo Eduardo in “Napoli Missionaria” “ha da passà” prima di ritornare alla normalità dovrebbe coincidere con l’inverno. Ne è convinto il ministro della Salute, Roberto Speranza. «Dobbiamo ancora mantenere il  distanziamento, portare le  mascherine, lavarci le mani – ha detto a Repubblica – ma  non è per sempre: dopo l’autunno e l’inverno  vedremo la luce». E sotto questo aspetto è una buona notizia il fatto che siano ripresi i test del vaccino Oxford-Astrazeneca dopo l’interruzione per la reazione avversa registrata in un paziente. «La scienza è al lavoro per dare al mondo cure e vaccini efficaci e sicuri – ha aggiunto Speranza -. Nel frattempo la vera chiave continuano ad essere i comportamenti di ciascuno di noi».

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