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Comincia tutto con una telefonata, solitamente dell’interessato e non delle autorità che dovrebbero già aver avviato il contact tracing. «Mi spiace doverti dire che sono risultato positivo al Covid, ma l’altro giorno ci siamo visti, avvertirti era il minimo». Panico o rassegnazione dopo i ringraziamenti di rito al nostro interlocutore e giù a stramaledire il momento in cui avete accettato il suo invito a vedervi per spezzare la monotonia asociale imposta dalla pandemia.

È la prima volta che vi succede e per capire come comportarvi cercate di recuperare informazioni sparse nella memoria del periodo in cui pensavate: «Starò attento, a me non capiterà». Il primo impulso è quello di togliervi subito il dubbio e bombardate di telefonate il medico di famiglia. Il suo essere restio a prescrivervi immediatamente il tampone potrà sembrarvi l’ennesimo disservizio della sanità ai danni dei contribuenti. In realtà è una metodologia per evitare che un sistema nel quale i test sono limitati possa essere forzato dall’ipocondriaco di turno.

Ecco che allora avveduti medici hanno cominciato a fare girare via chat veri e propri vademecum destinati ai loro pazienti. Innanzitutto occorre che «il contatto sia significativo e diretto, cioè almeno 5 minuti senza mascherina a distanza ravvicinata, oppure tempi maggiori, anche se si indossa la mascherina ma ci si trova troppo vicini, magari a fare conversazione». La prima regola, in questo caso, è auto-isolarsi «anche a casa propria, mangiando e dormendo da soli e usando i servizi igienici o per ultimi o pulendo le superfici dopo l’uso e arieggiando per almeno 5 minuti». Nell’effettuazione del test non bisogna avere fretta perché «il virus ha bisogno di alcuni giorni, dai 5 ai 10, per replicarsi nell’organismo per cui se fate il tampone troppo precocemente potreste avere un risultato falso negativo».

Solo in caso si registrino sintomi tipici «come febbre o disturbi del gusto e dell’olfatto» il medico prescriverà l’esame da fare entro 48 ore. Medio tempore il dottore potrebbe consigliare al paziente una terapia a base di tachipirina, cortisone e antibiotici (azitromicina). Ma anche dei semplici decongestionanti per il naso. Poi le rassicurazioni: «Ricordate che nella maggior parte dei casi decorre come un normale raffreddore, i sintomi che vi devono allarmare non sono la febbre ma l’affanno, il respiro rapido con tachicardia e dolori insopportabili al torace».

In caso di positività al test rapido servirà per conferma il tampone molecolare. Se i risultati coincidono scatterà la quarantena obbligatoria che si compone di 7 giorni dalla comparsa dei sintomi più 3 dalla loro cessazione (a parte le disfunzioni di gusto e olfatto). All’esito si potrà effettuare nuovamente il tampone che, se negativo, farà cessare l’isolamento. In caso persista la positività il test potrà essere ripetuto decorsa una settimana dalla fine dei sintomi. E si va avanti così, di sette in sette, sino a un massimo di 21 giorni che liberano in automatico il soggetto (salvo sia immunodepresso). Allo stesso modo, non tutti sanno che se il positivo è asintomatico può optare per una quarantena lunga (15 giorni) al termine della quale può tornare in società senza bisogno di ulteriori tamponi.

Una possibilità da non sottovalutare se si considera la persistente farraginosità del sistema di screening, fra lunghe code ai drive in, lungaggini burocratiche e attese di giorni per ottenere il referto di un molecolare. Anche la sanità privata sta registrando difficoltà. Nel Lazio, ad esempio, molti dei centri autorizzati a realizzare il tampone al prezzo calmierato di 22 euro non hanno ancora i materiali. Col risultato che i pochi laboratori attivi vengono presi d’assalto e le liste d’attesa possono arrivare anche a 2 settimane.

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