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Pulire le mani, stare attenti alle distanze, non abbracciarsi, indossare la mascherina e gettarla dopo ogni uso. Ripetere all’occorrenza 24 ore al giorno per tutto l’anno sino alla fine della pandemia o al tilt del cervello. Evenienza non così peregrina, quest’ultima, su cui l’Oms ha recentemente lanciato l’allarme. Si chiama Pandemic fatigue (fatica da pandemia) ed è considerata una delle cause della recrudescenza dell’epidemia in questa, drammatica seconda ondata d’autunno.

LE REGOLE DA SEGUIRE

Come? Riavvolgiamo il nastro. Quando a marzo ci è stato chiesto di appellarci a intimi valori resistenziali per fare fronte comune contro il Covid19 siamo stati più o meno tutti ben disposti a sacrificare qualcosa del nostro quotidiano modo di vivere per dare una mano al Paese.

Ma col passare del tempo quel nugolo di regole sanitarie – associato a mesi di distanziamento, orari e quarantene varie – è diventato per molti un fardello difficile da sopportare (o da ricordare), col risultato che abbiamo cominciato a perderci qualcosa per strada.

E’ una stanchezza normale, che si associa a una progressiva demotivazione, dovuta anche alla ripresa della pandemia dopo la pausa estiva. Rientrati dalle vacanze le regole, invece di diminuire, sono aumentate.

Pensiamo ai genitori con i figli in età scolare che in alcune regioni sono costretti a firmare ogni giorno uno scarico di responsabilità sullo stato di salute dei propri pargoli, a inserire zainetti e giacche in buste monouso prima di riporli negli armadietti e così via. Le ultime chiusure hanno fatto il resto, trasformando quell’iniziale senso di compartecipazione in un diffuso clima di tensioni sociali.

LA PERCEZIONE DEL PERICOLO

Percependo il pericolo l’Oms-Europa, su commissione degli Stati membri della Ue, ha redatto il documento “Pandemic fatigue – Reinvigorating  the public to prevent Covid-19 con l’obiettivo di pianificare e realizzare progetti nazionali e locali, suggerendo alcune strategie per mantenere e rinnovare il sostegno dei governi alle norme anti contagio.

Alla base del fenomeno, spiega il dossier, ci sono diversi fattori. In primo luogo un lungo periodo di convivenza finisce col “normalizzare” il virus facendo calare la percezione del pericolo.

C’è poi la questione delle restrizioni, il cui “peso” aumenta nel tempo facendo sembrare più importanti i costi (le limitazioni) dei benefici (la lotta al Covid). Le strette prolungate sul piano della libertà personale – prosegue lo studio – possono, infine, far emergere un crescente desiderio di autodeterminazione derivante da una sensazione di perdita del controllo della propria vita. Tutto questo si traduce nella progressiva disattesa delle norme anticontagio. Per prevenire il problema l’Oms propone una serie di strategie, di principi trasversali (trasparenza, equità, coerenza ecc.) e dieci azioni da intraprendere.

«Comprendo benissimo la pandemic fatigue – ha detto recentemente il direttore generale dell’organizzazione Tedros Adhanom Ghebreyesus – cosa significa lavorare da casa o la scuola a distanza per i bambini. Ma anche non poter celebrare i nostri traguardi insieme agli amici e alla famiglia o non essere presenti per piangere i nostri cari quando ci lasciano. E’ dura, una stanchezza reale. Ma non possiamo arrenderci. I governanti devono riuscire a bilanciare la perdita della vita ordinaria e dei mezzi di sussistenza con la necessità di tutelare gli operatori sanitari e di evitare le saturazioni delle terapie intensive».

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