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Il Virus ci impone di non essere Umani. Ci ricorda, in fondo, di “non essere”, che “non siamo” di fronte alla Natura, alla sua capacità di trasformazione, creativa e/o distruttiva. L’Uomo, la scienza non sono invincibili, altre forze dominano e regolano l’Universo. Oggi, più che mai, la pandemia ci impone di non essere Urbani, ci obbliga ad allontanare la dimensione collettiva, a essere sempre meno pluralità e più singolarità; a privilegiare la dimensione dell’Io, a marginalizzare il Noi.

Lo spettacolo della folla, come motivo identitario della dimensione urbana contemporanea, è ormai relegato alla narrazione storico-letteraria, e non è più proponibile in un presente e un domani caratterizzati da emergenze ambientali e pandemiche. Il futuro è segnato da una nuova distanza relazionale, da una nuova misura spazio-temporale, una inedita scala dei valori.

LA METAMORFOSI

Le città italiane come vivono, allora, la metamorfosi dell’emergenza? Hanno un futuro o sono destinate a mutare radicalmente la loro natura, a rigenerare la loro forma, la loro struttura, su nuovi modelli di sviluppo e sostenibilità?

Cosa accomuna le città post-Covid da Nord a Sud del Paese? Cosa le rende così fragili e spaesate, incapaci con i loro desueti modelli urbanistici a dare risposte adeguate a bisogni interconnessi come la salute, la qualità ambientale, la casa?

Certamente, comun denominatore è il bisogno di riscoprire una nuova concezione dell’habitat basato sulla ricerca di un equilibrio tra uomo, natura e ambiente, giacché il grado di inquinamento ambientale e di invivibilità ha raggiunto livelli non più tollerabili. Tendenza che si manifesta con una rinnovata attenzione verso i piccoli borghi limitrofi alle grandi realtà urbane e metropolitane.

Poi la ricerca di una diversa idea di città come spazio identitario, come insieme di luoghi simbolici correlati da un pensiero generante.

LE DISEGUAGLIANZE

E cosa differenzia le nostre città nella capacità di sopravvivenza? Anzitutto la rete, nuova potenza dello sviluppo, con un divario tra Nord e Sud di dotazione infrastrutturale davvero preoccupante tale da collocare la ricchezza e capacità di comunicazione digitale tutta da una parte (al Nord) e la povertà dall’altra (al Sud) con gravi ripercussioni sull’intero sistema economico.

Uno squilibrio complessivo che registra nel Mezzogiorno tante altre anomalie strutturali sia sul piano delle reti infrastrutturali, i trasporti, la mobilità, che della qualità urbana e del dissesto idro-geologico.

Un deficit di accesso e costruzione della democrazia che significa anzitutto deficit di comunicazione e di informazione.

Invitato a esprimermi dal Journal Cittadellarte, Fondazione Pistoletto, nel quadro dell’iniziativa “Arte dell’equilibrio/Pandemopraxia”, sull’impatto avuto dal Covid-19 a livello urbano, alla domanda «dove abiterai?», ho evidenziato come occorra dare nuova forma al corpo e all’anima della città, dell’architettura e della casa.
Occorre pensare a un habitat flessibile, adattabile a ogni condizione e mutazione. Una casa multiforme che sappia adattarsi alla realtà globale del circuito della comunicazione, pronta a reinventarsi dinanzi alle sfide e alle incognite del futuro.

HABITAT FLESSIBILE

Una casa dotata, allora, di ogni strumentazione tecnologica e digitale, concepita con spazi attrezzati a rispondere alle nuove esigenze lavorative, di apprendimento, di cura della salute, e finanche di interscambio comunicativo e socializzazione. Casa non più soltanto “paradisiaco” luogo della sfera individuale ma spazio “condiviso”, multifunzionale, autosufficiente nella sua suggestiva articolazione, tutta da reinventare. Una casa, dunque, “pezzo di città”, non per rinchiudersi ma per aprirsi a una nuova idea di polis, libera dall’inquinamento e dai condizionamenti perversi di uno sviluppo senza senso.

Riprogettando la casa riprogetteremo allora la città, lo spazio pubblico, annulleremo il centro e le periferie, salveremo l’idea di città. Nei prossimi decenni occorrerà accorciare sempre più le distanze tra la casa, la strada, la rete, il Web, ricostruire l’identità dell’uomo capace di adattarsi alla nuova realtà globale. Ecco le città del terzo millennio, “città d’arte e case intelligenti”.

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