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Chiudere le attività non essenziali. È questo il monito che giunge da diversi rappresentanti del mondo sanitario. In un simile scenario gli spostamenti sarebbero limitati alle esigenze lavorative, all’acquisto di generi alimentari e medicinali e a pochissimo altro. Una sorta di lockdown in versione subliminale.

Sorge tuttavia una domanda di carattere esistenziale: quali sono i criteri per stabilire cosa sia essenziale e cosa no? La scuola in presenza, per esempio, che in Campania è già stata chiusa, è forse un’attività cui adolescenti e bambini possono rinunciare? Non solo: i luoghi di aggregazione sociale e di ristoro sono forse superflui?

IL RITIRO DAL MONDO

Il Quotidiano del Sud ne ha parlato con il dottor Davide Ruvolo, psicologo e psicoterapeuta, dottore di ricerca in Scienze psicologiche, professionista aderente alla rete “Psicologiaintribunale.it”.

«La scuola – dice Ruvolo – è una delle poche istituzioni in cui i giovani ancora creano e coltivano relazioni sociali, non virtuali, in cui possono specchiarsi l’uno nell’altro. Si tratta di quello che tecnicamente chiamiamo “gruppo dei pari”, fondamentale come i beni di prima necessità, per poter crescere e attraversare fasi evolutive come l’individuazione personale, il processo di autonomia, la differenziazione dai propri genitori e la sperimentazione di grandi sentimenti come l’amore».
Inoltre, sottolinea Ruvolo, «la scuola è luogo di cultura e apprendimento non solo di nozioni, ma anche di educazione, convivenza di emozioni che, in questi mesi così delicati, è forse uno dei pochi modi per salvaguardarci tutti».

Dunque la chiusura delle scuole sarebbe un danno. «Significa probabilmente – dice lo psicologo – non frapporre nessuna proposta relazionale a nuove forme di contatto mediate dai video e dagli schermi dei social». E ancora, «significa scivolare in una direzione che sempre più spesso vede i nostri adolescenti chiusi in un ritiro dal mondo che è già una quarantena. Quarantena su quarantena, credo non sarebbe che colludere con l’andamento psicopatologico di alcuni giovani che temono di sperimentarsi non solo nella relazione con l’altro, ma, prima di tutto, nella relazione con se stessi. Il danno di una chiusura sarebbe enorme: probabilmente lo pagheremmo in un arco di tempo molto lungo».

LE RIPERCUSSIONI

Ma le ripercussioni non avvengono solo a seguito della chiusura delle scuole. Bar, ristoranti, pub, palestre sono luoghi in cui si sviluppano relazioni sociali, essenziali per il nostro benessere. Si tratta, spiega Ruvolo, di «tempo libero dal lavoro frenetico o da settimane di stress intenso, da famiglie conflittuali, da problematiche tra le più varie, ma anche, fosse soltanto, di tempo che sazia la voglia di uscire e godere della compagnia di persone affini a cui si vuol bene. Tutti vogliamo avere la libertà di uscire e desideriamo staccare la spina rispetto al quotidiano».

Un nuovo lockdown avrebbe quindi effetti deleteri non solo in ambito economico, ma anche sociale e psicologico. Al momento si trova in isolamento domiciliare soltanto chi è positivo al Covid o chi è in attesa dell’esito del tampone.

«Sono periodi di isolamento – osserva Ruvolo – che hanno una limitazione nel tempo e una motivazione importante alla base». È un’esperienza comunque non piacevole, di rinuncia. Ma, spiega l’esperto, «è come investire e sacrificare qualcosa di noi per un bene più grande che riguarda tutti. Forse, si può pensare a questo tempo come un tempo pieno di cose diverse, piuttosto che immaginarlo come un tempo perso».

Certo la realtà è complessa, ogni individuo ha esigenze diverse. «Non va dimenticato – dice Ruvolo – che c’è chi già soffre di malesseri, malattie, che mettono a rischio la salute psicologica e fisica dentro questi confinamenti». Di qui il suo auspicio che «si possa potenziare un settore sanitario psicologico e clinico che possa offrire un aiuto, un accompagnamento e un supporto competente e riconosciuto per progredire come esseri umani e come qualità delle cure, in un Paese che si dice democratico e civile».

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