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Carlo Calenda

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C’è chi lo vede ormai come il “Papa nero” della profezia di Malachia e Nostradamus. Chi, invece, come il “cigno nero”: ovvero l’irrompere dell’imprevisto, dell’improbabile nella nostra vita.

L’evento raro, sorprendente, irripetibile che muta il corso delle cose (“rara avis in terris, nigroque simillima cygno”, ebbe a prefigurarlo Giovenale). Papa o cigno che si senta, Carlo Calenda si gode per ora un gruzzolo di voti guadagnato con grande fatica, una campagna elettorale solitaria durata più di un anno.

Primo partito della Capitale, 19 per cento, 220mila anime sparse, “cani sciolti” si sarebbe detto un tempo, provenienti da ogni dove: destra, sinistra, centro, e che ora guardano a lui come a un possibile “federatore” dell’impossibile. L’impossibile, al momento, è la scomposizione dei poli, l’unione di un centro che fa del riformismo, anzi del “riformismo pragmatico” come piace dire a lui, la nuova bussola trasversale della politica.

Come da intento programmatico, il suo progetto sta prendendo corpo strada facendo, ma non fa neppure mistero d’avere un illustre punto focale, un ispiratore che, come pragmatismo pretende, ne resterà ai margini. Estraneo, anzi imperturbabile, rispetto al prosieguo del cammino: Mario Draghi. «Avere lo stesso approccio che Draghi ha con il governo: lavorare per amministrare, per far accadere le cose piuttosto che scontrarsi tutti i giorni con l’avversario», dice Calenda. Ma è pure chiaro che per l’Originale è tutto sommato facile, potendo contare su prestigio e sulle condizioni di partenza date, ovvero il governo “d’unità nazionale”.

Lo sarà assai meno per Calenda e per il suo quasi venti per cento di elettori romani. Usciti fuori dalle mura di un ballottaggio che si preannuncia tosto e ricco di insidie, per i due poli tradizionali che ora guardano a quella fetta succulenta di benefit elettorale, i “Calendiani” vogliono partire per un viaggio che andrà a concludersi alle Politiche del ’23: dall’Alto Adige alla Sicilia, come fecero Prodi, Grillo e pochi altri, per conquistare in campo nazionale lo stesso credito ottenuto nella città eterna. Non sarà facile perché il Paese non è Roma, e molti dei nemici, ma soprattutto qualche “amico”, avranno Calenda nel mirino da mane a sera. Tanto per fare un esempio, Matteo Renzi, che non si prefigge certo di farsi scippare dalle mani l’idea di federare il centro e, in primis, ciò che resterà di Forza Italia berlusconiana, stretta com’è tra i due inutili vasi di ferro salviniani e meloniani.

«Non sarà Calenda a dettare il progetto del futuro», dicono i fedelissimi di Matteo, che pure rivendica la primogenitura, assieme al Cav, dell’idea di portare Draghi a Palazzo Chigi e l’avvocato Conte a casa. Eppure il tanto bistrattato e focoso pariolino Calenda ci ha messo l’anima e buttato il cuore oltre l’ostacolo: anche perché lui in giro a prendere consenso ha dimostrato di poterci andare e di poterci riuscire, contrariamente all’impopolare Renzi degli ultimi anni. Un segreto che sta nella riscoperta dell’antico: il “recupero della rappresentanza”, dice lui. Macinare chilometri e consumare suole.

«Quello di Draghi è un modello da riproporre a livello nazionale», aggiunge il più amato dai romani post-ideologici, teorico di un riformismo “che è il contrario del moderatismo” e anche di un centrismo rovinato dal “doppio forno”, ora di qua e ora di là. La sua ambizione è ben diversa, da primo della classe: rompere le camicie di forza del bipolarismo che si sta andando a ricreare sotto l’egida di Pd e Fratelli d’Italia (o Lega), scavare nelle contraddizioni interne dei due schieramenti lo spazio di una nuova azione politica (non a caso il movimento da lui fondato porta quel nome). Diventare “attrattivi” per gli elettori e pezzi di classe dirigente, spiega Calenda senza nascondersi dietro un dito. I buoni rapporti intrattenuti trasversalmente, come l’endorsement del leghista Giorgetti ha dimostrato, potrebbero davvero diventare Azione dirompente.

Ma se le logiche di una destra ancora “contaminata” dal sovranismo sembrano così aliene da fargli dichiarare onestamente di “non aver mai votato a destra”, quelle di “offrire una chance riformista” al centrosinistra sembra essere la sua vera sfida del futuro. Punto di partenza possibile per la costruzione di uno “scenario nazionale” totalmente diverso, che Calenda, con quel fare un po’ guascone che lo contraddistingue, descrive come “l’apertura di una strada a tutta una cultura politica che prima non esisteva, di innovatori, veri riformisti, radicali nella voglia di cambiamento”.

Il suo primo interlocutore, già nel ballottaggio romano, sarà il partito del Nazareno che lo ha portato all’Europarlamento e di cui ha presto capito (e sofferto) i limiti. Rifiutando qualsiasi forma di apparentamento o di contraccambio per il sostegno a Gualtieri, come a suo tempo aveva sdegnosamente rifiutato la partecipazione alle primarie, Calenda lascia trapelare quel pizzico di risentimento (forse più di un pizzico) che nasce dalle disillusioni patite. «Ah, avevo capito che il Pd mi riteneva uno di destra, leghista, vicino ai Fratelli d’Italia…», diceva l’altra sera come se finalmente l’alka seltzer elettorale gli avesse consentito di digerire il rospo.

La “supponenza” riservatagli dal quartier generale pidino, da ultimo persino da Gualtieri, quel senso di sufficienza con il quale spesso sono state accolte le sue proposte e il suo entusiasmo di neofita, sembrano averlo fatto davvero soffrire. Ora è lui che può porre delle condizioni ben precise, come quel “nessun grillino in giunta” che sembra poco più di una boutade, nella partita di Roma, ma costituisce invece il nocciolo della sfida nazionale. Il progetto di Calenda è alternativo, lo è sempre stato, a quell’alleanza Pd-M5S che prima sembrava il mascheramento della debolezza di Letta e ora lo sta diventando, in maniera assai più manifesta, di Conte. Così che l’ascesa di Calenda va di pari passo al tramonto dei grillini in qualsiasi loro forma e formazione: “abbandonare i Cinquestelle al loro destino” è più di uno slogan a effetto. Se Letta si propone di federare il “Nuovo Ulivo”, se Conte parla di semina manco fosse un agricoltore e (persino) Di Maio di “casa comune con il Pd”, il draghismo di Calenda è l’opzione sul tappeto che spariglia tutti i piani finora conosciuti. L’uomo è testardo e ha “tigna”, come si dice a Roma: guai a sottovalutarlo o perderlo d’occhio. 


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