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LA VICENDA degli Stati Generali dell’Economia sta diventando sempre più una telenovela politica, ma è difficile attendersi grandi prove da un sistema che neppure sotto la pressione dell’emergenza riesce a districarsi dalla palude delle proprie piccole beghe politiche. L’ultima, che si sta svolgendo in un disinteresse diffuso, riguarda il decreto che dovrebbe decidere sulla data e sull’esecuzione del cosiddetto election day che accorpa, regionali, comunali e referendum confermativo.

C’è stata una prima questione che per fortuna sembra superata (ma non si sa mai) ed è l’accorpamento del referendum con le due scadenze. Francamente è sembrata senza alcun fondamento, sollevata solo per ripicca da chi si illude che di quel referendum si possa fare una battaglia di significato politico. In realtà è una prova che si fa solo per un piccolo colpo di mano di ristrette minoranze parlamentari, su un tema che non suscita alcuna passione nel paese. Per quanto la riduzione del numero dei parlamentari fatta in quel modo sia stata una “grillinata” con poco fondamento politico, subita per ignavia dalle altre forze che volevano negoziare con M5S altri obiettivi, la realtà è che il numero di elettori interessati a mantenere inalterato l’attuale numero dei seggi parlamentari è molto basso, sicché comunque e in qualsiasi data si voti la conferma referendaria ci sarà, tanto più che non è neppure richiesto il raggiungimento di un quorum.

Dunque meglio chiudere questa vicenda al più presto possibile, senza correre il rischio che posticipandola non si possa poi tenere il referendum per ripresa della pandemia. Il suo mancato svolgimento non renderebbe possibile mettere mano alla revisione dei collegi e alla nuova legge elettorale, cioè ci priverebbe dello sbocco eventuale di una crisi politica nelle urne, per difficile ed estrema che questa soluzione possa essere nel contesto attuale.

La questione della data in cui svolgere la giornata elettorale si presta a considerazioni meno episodiche. Che si tratti di votare a settembre è scontato, il tema è il quando, e qui stiamo assistendo ad un dibattito assurdo. E’ serio considerare che con questa scelta si impatta con il tema della ripresa dell’anno scolastico, che è una questione estremamente rilevante dopo la lunga chiusura anticipata di questi ultimi mesi. Visto che si vuole avere una uniformità di date a livello nazionale sulla ripresa delle attività scolastiche, sarebbe dunque razionale far votare in modo che le scuole potessero riprendere come tradizionalmente più o meno subito dopo metà settembre. Ma è qui che sorgono i problemi, alcuni cervellotici, altri comprensibili. E’ cervellotico porsi il problema di ridurre lo svolgimento della stagione turistica, come se nella prima decade di settembre ci potesse essere gran parte del paese in vacanza. Anche a prescindere dalle previsioni secondo cui la metà degli italiani quest’anno le ferie non se le potrà permettere o le ridurrà drasticamente, anche in tempi normali settembre non era un mese clou per i vacanzieri e comunque sarebbe un piccolo sacrificio che si può sopportare. O vogliamo dire che i diritti dei bambini e dei ragazzi di tornare a scuola a recuperare quel che hanno dovuto perdere da marzo in poi non conta nulla?

Faccenda più seria è il problema che una data nella prima metà di settembre relega di fatto la campagna elettorale in agosto e in pochissimi giorni di quel mese. I presidenti di regione spingono per questa soluzione perché non hanno alcun bisogno di fare campagna elettorale: sono stati così presenti sulla scena che il voto per loro è un plebiscito (lo stesso per quei sindaci che si ricandidano). La cosa funziona meno per coloro che non corrono per la riconferma. Ciò però non vale in assoluto per i membri dei consigli regionali e comunali: se non c’è modo per i candidati di rendersi noti agli elettori, di presentare i loro profili, si rischiano voti dati sulla base degli slogan che saranno fatti circolare (favorendo coloro che hanno più soldi da investire in campagne… da remoto: TV, social e quant’altro). Si dovrebbe sapere che la qualità dei membri delle assemblee regionali e comunali conta, soprattutto quando, come in momenti cruciali, c’è bisogno di privilegiare la capacità di quei corpi di costruire coesione sociale piuttosto che baruffe politicanti.

La scelta che sembra si imporrà è una via di mezzo, non completamente soddisfacente, ma l’unica che può almeno parzialmente salvare più aspetti. Far votare il 20 settembre penalizza senz’altro l’inizio dell’anno scolastico, perché c’è da tener conto anche dei ballottaggi. Con le necessarie misure di sanificazione delle sedi adibite a seggio si perderà senz’altro tempo prezioso per reintrodurre i ragazzi ad un uso normale del tempo scolastico. Sarà dunque essenziale investire le risorse necessarie per fare tutto nel minore tempo possibile: va previsto e pianificato con la messa a disposizione di tutte le risorse anche finanziarie necessarie allo scopo. In compenso ci sarà un tempo sufficiente per delle decorose campagne elettorali, evitando una strozzatura che votando la domenica precedente (13 settembre) sarebbe stata inevitabile (per quanto probabilmente sopportabile, ma i politici oggi hanno i nervi scoperti).

Almeno in questo caso il parlamento e la classe politica in generale potrebbero dar prova di un minimo di capacità di convergenze razionali. Se non riescono a farlo su una piccola questione è difficile che poi pretendano di guidare il paese sulle grandi.

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