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Conte a Villa Pamphilj (Foto Filippo Attili/LaPresse)

Tempo di lettura 4 Minuti

Conoscete la canzone di Gaber, quella sul gatto che si morde la coda e non sa che la coda è sua? Beh, aiuta a capire la politica di oggi, anzi per la precisione di ieri, quando Giuseppe Conte, “informando” su come andavano le cose con la UE, ha fatto un discorso alto alle Camere ed ha parlato al vuoto. Colpa di una opposizione indifferente alle sorti del paese, di una maggioranza in fibrillazione, di un premier che non riesce a passare dagli appelli al confronto con la realtà? Tutte queste cose insieme.

POCO CONCRETO

L’accusa a Conte è di mancare di concretezza, il che è in parte vero, ma è altrettanto vero che non dipende solo da lui. Quando si pianifica, cioè si progettano interventi che si dipaneranno nel tempo, se non raccogli una fiducia a priori vai poco lontano, perché nessuno si aspetta che le parole diano avvio a dei fatti. Anzi, c’è di peggio: siccome perché i fatti poi accadano c’è bisogno che si metta in moto la catena decisionale e operativa, ecco che quella si guarderà dall’avviarsi in maniera appropriata perché aspetta di capire come andrà a finire. Figurarsi quando quelli della catena decisionale non è che siano proprio convinti della convenienza, soprattutto per loro, delle operazioni.

IL PIANO DEL FARE

Conte è intrappolato in questa situazione e finge di non saperlo: è costretto a farlo per ragioni istituzionali e per ragioni politiche, ma così non riesce a venire a capo del bandolo della matassa. Vediamo la situazione nella sua brutale sostanza. Ci sarebbe da programmare un piano di interventi strutturali con misure radicali, qualcosa che implica, se ci si riesce, l’apertura di una nuova fase nella storia del paese. Ovvio che chi si intesta l’operazione acquisisce una centralità notevole ed è altrettanto ovvio che in politica non ci sia molta inclinazione a dare questa opportunità a qualcuno con cui non ci si identifica.

IL TESORETTO DI TUTTI

Il premier prova a superare questo scoglio affermando che le risorse che arriveranno non sono un tesoretto che andrà ad esclusivo vantaggio del governo, anzi, questo il retropensiero, suo. Nessuno gli crede, né nell’opposizione né nella maggioranza, ma neppure nel complesso sistema che vede insieme la società civile e quella che sbrigativamente può essere etichettata come “la burocrazia”. La ragione è molto semplice. Conte è un premier debole, che non dispone né di un carisma personale tale da fargli superare le carenze di leadership, né di un orizzonte politico in grado di garantirlo al potere. Lo si vede dal fatto che non riesce a dare un messaggio da cui si possa evincere che è in grado di puntare i piedi. Naturalmente la sua palla al piede più pesante sono i Cinque Stelle. Ragionando in astratto ci si aspetterebbe che li mettesse alla prova semplicemente varando il provvedimento più ragionevole far quelli invisi ad M5S, cioè prendendo di petto la questione del MES.

IL DILEMMA DEL MES

Tutte le persone raziocinanti sanno che quei soldi, immediatamente disponibili ci servono per intervenire su un terreno molto delicato (la sanità e ciò che vi è connesso) e per liberare risorse per altri interventi. Dunque cosa osta a che si dica subito che chiederemo quei fondi? I Cinque Stelle sono contrari? E ti pare che molleranno le loro poltrone di governo aprendo una crisi al buio? Sarebbe bastato accettare di avere un voto parlamentare sulle sue dichiarazioni e avrebbe messo in difficoltà anche le opposizioni. Ma ecco che quelli che ragionano in concreto (così credono loro) ti presentano le cose in modo diverso. I Cinque Stelle possono benissimo impallinare Conte se vedono messa in crisi la loro tenuta come “partito”, tanto pensano di poter trovare accordi per un altro governo dove loro rimangono e l’attuale premier no. Impossibile? Non proprio, viste le fibrillazioni che percorrono molte componenti della maggioranza e qualcuna delle opposizioni, anche considerando la scarsa praticabilità di uno scioglimento anticipato della legislatura. Dunque niente voto, meglio rinviare, cioè fare quello che un vero leader non fa quando è in gioco la sua credibilità.

APPELLO NEL VUOTO

In queste condizioni è naturale che le possibilità di appellarsi alle opposizioni per una concordia nazionale siano compromesse. Perché Salvini e Meloni dovrebbero correre a sostenere il premier che vedono traballante, soprattutto avendo la prospettiva di sfruttare la situazione alla prossima scadenza elettorale d’autunno (se poi ci fosse ora la crisi, sarebbe comunque un bel colpo per loro).

UNA BARCA CHE AFFONDA

È una situazione che vedono bene anche fuori del parlamento. Gli Stati Generali non portano risultati non solo perché sono stati organizzati male (al proposito c’è un rimpallo di responsabilità fra la Presidenza del Consiglio e i partiti di maggioranza che avrebbero imposto le loro esigenze di parte), ma soprattutto perché non si sale a remare su una barca che si sospetta sia in procinto di affondare. Così si ha l’impressione che quanto viene detto nella cornice spettacolare di Villa Pamphilj sia più che altro a futura memoria, in attesa di almeno di intuire come andrà a finire. In situazioni del genere si moltiplicano le frammentazioni per correnti, tribù, fazioni e quant’altro, in una compenetrazione di gruppi di potere fra società civile, società burocratica e società politica. È un quadro che la storia italiana ha già messo agli atti nelle situazioni di passaggio: e la ripresa di un paese dopo una crisi epidemica che ha interessato e anzi sta ancora interessando il mondo è tipicamente una di queste.

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