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Luca Zaia

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VENEZIA – Eccesso di potere. In Veneto sembra esserci soltanto una crisi da abbondanza in casa della Lega, dove Luca Zaia è ricandidato a succedere a se stesso per la terza volta. Anche ieri ha tenuto una conferenza stampa sul Covid-19, ma inevitabilmente è intervenuto su temi sensibili della politica e non soltanto su quelli di stretta politica sanitaria. Ad esempio ha parlato del fatto di non ricandidare (in casa leghista) quei consiglieri regionali che avessero beneficiato del bonus da 600 euro mensili (poi elevato a 1.000 euro) previsto dai decreti Cura Italia e Rilancio per sostenere il reddito di autonomi e partite Iva.

“La gente non capirebbe…” ha detto riferendosi alle accuse dei cittadini alla classe politica. In attesa che escano i nomi, Zaia ha annunciato la linea dura, affermando che quei leghisti non verranno ricandidati. Lo ha fatto in diretta Facebook nel corso di un incontro periodico (anche se non più quotidiano) che contribuisce a rafforzare l’immagine del governatore del Veneto.

“Voi continuate a scrivere che vincerà ancora lui, ma allora l’elettore sarà condizionato…” mandano a dire – ormai rassegnati – dalla sede regionale del partito Democratico, impegnato a sostenere il candidato Arturo Lorenzoni, già vicesindaco di Padova. Ma basta scorrere i titoli dei giornali veneti o le homepage dei rispettivi siti, per capire – dal numero di citazioni, quasi mai critiche – quanto vasto sia lo strapotere di Zaia.

In queste ore si stanno chiudendo le liste. In casa della Lega c’è il timore diffuso che la “Lista Zaia Presidente”, fatta su immagine del governatore, scavalchi come già avvenne cinque anni fa quella del partito, che ha come segretario Matteo Salvini. Allora Zaia prese 427 mila voti, pari al 23,08 per cento, con 13 seggi, mentre la Lega Nord si fermò a 329 mila voti, solo il 17,82 per cento, con 10 seggi. Ecco riprodursi in chiave regionale il dualismo che sotterraneamente angustia il Capitano.

Se Zaia dovesse stravincere con la propria lista, ridicolizzando quella del partito e aumentando ulteriormente la forbice, vi potrebbe essere un effetto nient’affatto collaterale. La Lega, nei consensi attribuiti ai partiti, potrebbe essere sopravanzata da Fratelli d’Italia (che nel 2015 era solo al 2,6 per cento, con un seggio), che sta crescendo non solo sul piano nazionale, ma anche su quello veneto. E questo non sarebbe un bel segnale per Salvini.

Dimostrerebbe che il partito della Meloni può impensierire la_ leadership_ leghista all’interno del centrodestra, considerando che Forza Italia potrà al massimo ridurre i danni (aveva il 5,97 per cento, con 3 seggi), non certo contare su affermazioni nelle urne. Un bipolarismo Zaia-Fratelli d’Italia dimostrerebbe ancor di più la forza del governatore uscente in Veneto, sul piano personale, e anche la debolezza della formula politica della Lega di Salvini, sempre meno attaccata al Nord e sempre più nazional-sovranista.

Il segretario è così corso ai ripari. E ha imposto al Veneto di candidare tutti gli assessori regionali uscenti nella lista della Lega, quando il direttorio veneto aveva deciso altre regole. Non che la decisione sia stata presa bene in Veneto, perchè costringe alcuni assessori a combattere all’ultima preferenza nei collegi provinciali. Ad esempio, il capogruppo della Lega, Nicola Finco, che era stato eletto con “Zaia Presidente”, si deve candidare nella lista della Lega quando il direttorio veneto (il segretario Lorenzo Fontana, Luca Zaia, Erika Stefani, Roberto Marcato e lo stesso Finco) aveva già deciso che non avrebbe cambiato lista rispetto alla tornata precedente.

Ufficialmente nessuno si è opposto, anche se l’ingorgo dei candidati della Lega è evidente: ad esempio a Vicenza, dove si troveranno a sgomitare Roberto Ciambetti (presidente del consiglio regionale), Manuela Lanzarin (assessore alla sanità) e Nicola Finco (capogruppo).

È con quei nomi che Salvini spera di rafforzare i consensi del partito, richiamando gli assessori alla responsabilità comune rispetto al Carroccio rispetto a facili rendite di posizione. Ma nella Lista Zaia potrebbero affacciarsi nomi nuovi (e in parte sconosciuti) favoriti e trainati dal candidato pigliatutto.

La politica comunque ha le sue regole, ma anche i suoi correttivi. E qui si dispiega ancora di più la forza di Zaia. Nella legislatura che si sta chiudendo è stata approvata una legge che impone agli assessori regionali di non essere consiglieri. Allora le minoranze gridarono allo scandalo, perchè in questo modo le poltrone a disposizione di Zaia aumentavano: dieci assessori oltre ai consiglieri regionali eletti. In questo caso la legge è provvidenziale per governare quella che rischia di essere una crisi da abbondanza in casa leghista. Se qualcuno non verrà eletto nella lista della Lega, potrebbe essere recuperato come assessore. Impensabile che Zaia rinunci, a titolo di esempio, a due assessori-chiave nella gestione dell’emergenza Covid come Manuela Lanzarin (Sanità) e Giampaolo Bottacin (Ambiente e protezione civile).

Per loro un posto comunque ci sarebbe, e di tutta evidenza, nella futura giunta.

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