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Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella

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Il pacato intervento di Mattarella al forum Ambrosetti segnala una volta di più quella che è la maggior preoccupazione del Quirinale: non sprecare la grande occasione che il nostro paese ha con i fondi del Next Generation EU. Giustamente il Capo dello Stato, come è stato fatto autorevolmente anche da qualche altro, sottolinea appunto che sono soldi che devono finanziare il futuro delle prossime generazioni, e non servire al sostegno del sogno impossibile di continuare come prima (che poi è il sogno di quelli che prima stavano bene, perché gli altri saranno ben felici di migliorare le loro condizioni).

Il premier Conte si identifica con questa linea a livello di affermazioni, ma è da chiedersi se sia in grado di far seguire alle parole i fatti. Ovviamente il problema non è ascrivibile solo a lui come persona: al di là di quelle che possono essere alcune inclinazioni di carattere e persino di cultura professionale, è la maggioranza nel complesso che deve condividere uno sforzo che ha da superare tutti i potenti corporativismi presenti nel nostro sistema. Verrebbe da dire: e fossero solo quelli, perché ci si aggiungono i mantra pseudo-ideologici che sono andati accumulandosi e stratificandosi in questi anni. Lo si è visto benissimo l’altro ieri nel primo passaggio di conversione del decreto Semplificazioni alla Camera: in tema di ambientalismo peloso abbiamo assistito alle solite impuntature di quelli che, grillini, LeU e altri uniti nella lotta, non riescono proprio a capire che non è rendendo lenti e bizantini i vagli che ci si difende dagli abusi, perché piuttosto si congelano situazioni e si ferma lo sviluppo (quello urbano, per esempio).

Ma su queste cose il governo non ha le impennate che ha mostrato per la faccenda dei vertici dei Servizi: qui si esercita l’arte di tenersi buone le vari espressioni delle intemperanze alla moda, salvando solo, con la tecnica delle eccezioni alla presunta regola, gli interventi che si stimano più importanti.

Andrà bene questa tecnica anche con la predisposizione dei piani da mandare a Bruxelles per metà ottobre? Il tempo è poco e le parti che chiedono di essere consultate non mancano, a cominciare dai sindacati che l’hanno già ribadito più volte, per esempio per bocca di Landini. Sappiamo che sono una controparte di cui Conte tiene gran conto (perdonate il giochetto di parole), perché ovviamente e giustamente sono essenziali per il governo della stabilità sociale nei prossimi mesi. Ma se apre a loro, dovrà sentire anche altre agenzie sociali importanti, a iniziare da Confindustria, e il tempo è davvero poco: sostanzialmente un mese, a meno che sentire tutti questi interlocutori non si riduca a fargli vedere velocemente piani già confezionati per consentire loro di correggerne al massimo la punteggiatura.

Il problema in questa fase rimangono i partiti, quelli della maggioranza e quelli dell’opposizione. Anche qui si ha un bel dire che l’esito delle regionali ed eventualmente del referendum non influirà sul governo, ma non è così semplice. Se si intende dire che è abbastanza difficile che comunque vada si arrivi ad una crisi che prelude ad elezioni anticipate, è abbastanza condivisibile (abbastanza, perché sarebbe sempre bene tenere conto che in politica l’imprevisto può essere sempre dietro l’angolo). Perché cada il governo bisogna immaginare che una componente della maggioranza stacchi la spina, essendo improbabile che Conte autonomamente decida di dimettersi. Siccome si sa che in questo caso Mattarella avrebbe il dovere di aprire le consultazioni e vedere se in parlamento è disponibile un’altra maggioranza, non vediamo quale forza vorrebbe correre il rischio di vedersi in posizione peggiore in un nuovo ipotetico governo e responsabile di avere inceppato il meccanismo che dovrebbe portare in dote al paese più di 200 miliardi di euro (e lasciamo da parte la tecnicalità della sessione di bilancio).

Tuttavia non si possono sottovalutare due fatti. Innanzitutto l’esito delle regionali più amministrative attiverà rese dei conti nei partiti della maggioranza (forse anche in quelli dell’opposizione, ma per ora hanno meno peso). Se non chiudiamo gli occhi, vediamo che qualcosa del genere si intravvede nel PD e si vede molto chiaramente in M5S, ma non saremmo sicuri che scossoni non arrivino anche in IV e in LeU. Sono dinamiche che avranno più di un riflesso sul lavoro del governo, dove il premier non dispone neppure di un suo partito e non si troverà bene a tenere insieme una ciurma sempre più rissosa (chiedere per illuminazioni a Romano Prodi).

In secondo luogo queste fibrillazioni nei partiti arriveranno proprio nella fase finale del lavoro per la predisposizione dei piani da mandare a Bruxelles e ci vorrà un miracolo perché non si scarichino su di essi. Teniamo anche conto che un passaggio almeno formale in parlamento su questi piani Conte dovrà pur farlo (si è anche impegnato in questo senso). Ed è immaginabile che partiti sotto stress o sotto euforia, a seconda dei casi, per come sono andati alle urne di settembre non approfittino di questa arena se non altro per fare un po’ di sceneggiate (ma si sa che è un genere di spettacolo che può anche finire fuori controllo)?

Insomma le parole gravi di Mattarella sulle responsabilità della classe politica verso le generazioni future andrebbero meditate a fondo: non basta consentire subito come è ovvio che avvenga, bisogna ragionare su come dar loro un seguito nella vita reale.

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