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Un murales dedicato a Matteo Salvini

Tempo di lettura 4 Minuti

Meno si fa, meglio è. Sembra ancora questa la strategia del governo in perenne attesa di vedere quel che succederà nelle urne di settembre. Ciò che si conosce sulle linee dei piani da presentare a Bruxelles, e che verranno presto sottoposte al parlamento, sono genericità, parole d’ordine su cui si sa a priori che non può che esserci un accordo generale. I dettagli, che notoriamente sono opera del diavolo, si vedranno poi, forse anche molto in là se sarà vero che a Bruxelles non si deciderà nulla prima dei mesi iniziali del prossimo anno.

DIALOGO APERTO

Intanto il mondo reale va avanti e ci si aspetta che da quello arrivino buone notizie che la politica è pronta ad intestarsi come proprie. Sembra che si sia riavviato in maniera positiva il dialogo fra Confindustria e sindacati: sarebbe una buona notizia, perché non c’è proprio bisogno di tensioni nel mondo del lavoro, mentre se i due fronti trovano modo di allearsi possono stringere nell’angolo il governo costringendolo ad uscire da dibattiti bizantini tipo quelli sul Mes. Su questo tema nessuno molla: non il PD che trova qui un buon argomento per far vedere quanto pesi, non i Cinque Stelle che non vogliono pubblicamente riconosciuto che su quel fronte hanno fatto una battaglia sbagliata e inutile. Per ora Conte fa il pesce in barile, rinviando il tutto ad un confronto parlamentare che se le cose rimangono come ora gli fa saltare il governo, perché M5S farebbe le barricate, mentre il ricorso al MES passerebbe non solo per l’appoggio già annunziato di FI, ma perché adesso sembra che si sia convinto anche Salvini, a cui non sarà sfuggito che sarebbe un’ottima occasione per provare almeno a provocare una crisi (ed è difficile che sull’uso di fondi preziosi per l’ammodernamento decisivo della nostra sanità il Quirinale copra un Conte prigioniero dei grillini).

IL REFERENDUM

Ci si può baloccare ancora con la questione referendaria, dove il dibattito è tutto chiuso in un mondo di personaggi influenti nel dibattito pubblico dove prevale la scelta per il no, mentre il PD non riesce a spiccare il volo. L’altro ieri Zingaretti aveva provato a mettere in campo un tema di seria riforma costituzionale, la revisione della seconda Camera, ma ha subito lasciato perdere. Probabilmente ha sentito che i politici non ne vogliono sapere, al massimo sono disponibili alla politica delle toppe (costituzionalizzare la conferenza stato-regioni, attribuire il potere di fiducia alle due Camere attuali in seduta congiunta –era la proposta originale in Costituente), ma di abolire 200 posti residui al Senato per gli uomini della politica dei partiti “nazionali” non se ne vuol parlare. Tirarla in lungo con la storiella delle riforme che si faranno una alla volta dopo aver abbattuto la barriera dell’intoccabilità della costituzione grazie al taglio al buio di 315 posti in parlamento è un argomento poco convincente: sono anni che si predica che si farà così e non si è mai fatto nulla, perché quando le riforme erano settoriali, mancava il quadro globale, quando si è cercato un quadro globale non era ammissibile sconvolgere la nostra Carta.

L’ESITO DELLE URNE

Naturalmente è tutto un diversivo per non affrontare il problema di come si andrà avanti dopo l’esito delle regionali (le amministrative sembrano non contare, eppure sono un bel test per numero di elettori). Nella maggioranza tutti dichiarano, da Conte in giù, che quel voto non influirà sul governo e adesso anche Salvini si è aggiunto al coro. Il suo punto di vista, che è cambiato in questi ultimi giorni, è chiaro: da un lato non si vede perché dare un sostegno al voto per i candidati PD lasciando circolare la paura che se cadono quelli arriva lui al governo; dal lato opposto perché intestarsi l’ennesima sconfessione quando pur con un successo notevole del centrodestra il governo non cadrà? Salvini sa bene che in quel caso anche se nell’immediato non ci sarà il contraccolpo sul governo, sarà lo scoppiare delle crisi interne ai partiti della maggioranza ad indebolirlo e forse a farlo cadere, perché il venir meno della coalizione per frana interna è possibile, mentre non lo è una richiesta che qualcuno (Mattarella? Sarebbe a parte tutto un colpo di stato fuori dei suoi poteri: non lo farà mai) dichiari decaduto il governo perché delle elezioni amministrative hanno mostrato il consenso ad una maggioranza politica di segno diverso da quella al potere. La scommessa del premier e del suo esecutivo dunque rimane sempre quella di reggersi grazie all’indispensabilità di avere qualcuno che gestisca la fase di acquisizione dei preziosi euro che arriveranno copiosi da Bruxelles (e poi anche, già che ci siamo, la fase della loro spesa).

CETI DIRIGENTI

Ma questo funziona solo se e fintanto che il governo può riuscire a dominare la materia in maniera credibile, tanto per Bruxelles (che sarà il nostro giudice tanto sui “piani” quanto sulla loro progressiva realizzazione) quanto per il sistema-Italia nel suo complesso. Come si diceva all’inizio parlando di Confindustria e sindacati alla fine i ceti dirigenti del paese capiranno che non si può gestire un momento storico con le fantasie dell’improvvisazione: il gigantesco fallimento del reddito di cittadinanza coi suoi navigator è lì a ricordare a tutti dove si finisce correndo dietro a certi fantasmi.

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