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Un murales dedicato a Giuseppe Conte

Tempo di lettura 4 Minuti

Il centrodestra aspetta la conta nelle urne e intanto modera i toni. Niente dichiarazioni roboanti su una prossima caduta del governo, niente bollettini anticipati di vittorie eclatanti: l’esperienza ha pur insegnato qualcosa. In fondo sono tutti convinti di quel che ha detto candidamente Berlusconi: quelli del governo sono incollati alle sedie, non hanno intenzione di lasciarle.

DOPPIA IPOTESI

Del resto il calcolo realistico è presto fatto. Per avere una crisi di governo sarebbe necessario si avverasse almeno una di due condizioni. La prima è che il premier Conte interpretasse il voto di referendum e regionali come un avviso di sfiducia del paese nei suoi confronti e di conseguenza rassegnasse le dimissioni. Si può escluderlo, non solo perché il premier non ha alcuna intenzione di lasciare il suo posto, ma anche perché il suo essere formalmente al di fuori dei partiti e il poter esibire ancora sondaggi che gli danno un buon consenso personale gli consente di dire che se bocciatura elettorale ci sarà, sarà verso i partiti che lo sostengono non verso di lui. Del resto Conte si è ben guardato dal fare campagna elettorale sia per il referendum sia per l’esito delle regionali.

RENZI NON CI PENSA

La seconda condizione potrebbe presentarsi se qualcuno dei componenti della maggioranza ritirasse il suo appoggio al governo, ma anche questo è dato per impossibile. Un partito minore come Italia Viva, ammesso e non concesso che volesse imbarcarsi in una avventura del genere, potrebbe anche essere sostituito o con un accordo con FI o con il solito rastrellamento di responsabili. Renzi però non ci pensa nemmeno ad alzarsi dal tavolo che gestirà i 209 miliardi in arrivo dall’Europa, soprattutto constatando che il suo bottino elettorale sarà piuttosto modesto per non dir di peggio. LeU è un partito che praticamente non esiste ed ha numeri molto più risicati dei renziani.

In definitiva quel che si è detto per IV vale anche per i due partiti maggiori, PD e M5S: dove si finisce se fanno saltare il governo? Le elezioni anticipate sarebbero comunque problematiche da fare. Se al referendum vince il sì, perché si dovranno ridisegnare i collegi e varare una riforma elettorale obbligata. Se vincesse il no, perché comunque c’è in ballo la sessione di bilancio e la trattativa con Bruxelles per i fondi, che non si può certo gestire in tre mesi (minimo) di necessario passaggio per espletare le elezioni anticipate, cioè con un governo di transizione.

L’IDEA DEL RIMPASTO

Dunque Conte può dormire sonni tranquilli? Forse non sarà così semplice. Un eventuale terremoto elettorale ed magari referendario (per questo basterebbe una vittoria risicata del sì) non lascerebbe la situazione così come è stata trovata. I partiti toccati da un esito poco favorevole nelle urne pretenderebbero di dare segnali che hanno capito il mutare del vento. I più cinici pensano che tutto si potrebbe aggiustare con un modesto rimpasto: qualche ministro minore che salta e viene sostituito, poi tutto finisce lì.

Ma è qui che può entrare in campo una opposizione resa più realista dagli eventi, anzi proprio da un suo eventuale successo elettorale. Conviene infatti alla Lega, a Fdi, a FI, accontentarsi di aspettare un futuro crollo del governo che a questo punto potrebbe arrivare nel 2023 a fine legislatura, o al più presto con una eventuale crisi nella gestione della successione a Mattarella? Anche per l’opposizione c’è in ballo la possibile partecipazione all’operazione attorno ai 209 miliardi del Next Generation, magari arricchiti da altri 36 miliardi per la sanità (materia regionale!) ricavabili dal MES.

SITUAZIONE SOLIDA

Si dirà: ma come si può capovolgere la situazione? Ci permettiamo di richiamare che l’operazione per un governo di solidarietà nazionale, coinvolga tutti o solo una parte consistente dei parlamentari, resta sempre in piedi sotto traccia. Se l’esito delle urne scatenasse faide sostanziose all’interno delle forze di maggioranza, Conte probabilmente non sarebbe in grado di ricondurle all’ordine e allora il tema di un nuovo governo che non bruciasse l’opportunità di godere di quello che è una specie di nuovo piano Marshall per la seconda ricostruzione tornerebbe prepotentemente in campo.

LA CARTA ZAIA

In questo caso però c’è da mettere in conto un cambio di passo nella Lega di Salvini, che difficilmente con quel tipo di leadership verrebbe giudicata affidabile, ma uno Zaia messo sugli altari da un successo elettorale che potrebbe essere clamoroso e un PD in cui crescesse ulteriormente la stella di Bonaccini, creerebbero un contesto di tipo nuovo. Fantapolitica? No, semplicemente un seppur al momento non prevedibile sconvolgimento del nostro quadro politico, cosa che è già successa in altri passaggi della storia italiana.

Naturalmente nella realtà nulla è mai così meccanico come può essere presentato nella descrizione di scenari possibili. Le variabili sono infinite, perché non possiamo prevedere non solo chi vincerà e chi perderà alla fine dei conti, ma neppure le molteplici sfumature in cui vittorie e sconfitte potranno avvenire, così come non sappiamo come si intrecceranno le varie resistenze e contromosse di una pluralità di attori in cui mancano sia leader veramente carismatici sia strateghi di ampia visione in grado di prendere in mano le redini del gioco.

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