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Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio

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Quando si pensa possa essere utile, una scusa per rinviare si trova sempre. Adesso i partiti della maggioranza sembra che abbiano deciso che bisogna pur consentire ai Cinque Stelle il tempo per sistemare le loro fibrillazioni. Intanto così Conte va avanti senza stress e sui dossier scottanti si glissa. Almeno questo è quello che presentano i retroscena, anche se, per la verità, vari esponenti del Pd continuano a rendere note le loro pressioni perché si realizzi qualcosa del famoso e fumoso cambio di passo.

La domanda ingenua che uno potrebbe farsi è: ma quanto ci vorrà ai pentastellati per trovare una via d’uscita dallo stato di confusione attuale? Perché non si può pensare di tenere il paese a bagno maria in attesa che si concluda una tenzone interna che non vede la fissazione di alcun traguardo. Per ora infatti non si sa né quale delle tre ipotesi presentate dal reggente che non si regge Vito Crimi verrà scelta (il percorso per decidere è piuttosto farraginoso), né che tempi possono avere.

In realtà a molti va bene così, proprio perché più i tempi sono dilazionati più si va avanti con quella che non è affatto una ordinaria amministrazione, perché di questi tempi di ordinario c’è ben poco. Ultimamente è sembrato di capire che la scadenza di metà ottobre per mandare piani a Bruxelles era stata annunciata tanto per dire qualcosa, perché probabilmente ci sarà tempo fino a dicembre. Dunque perché affrettarsi? Le burocrazie ministeriali continuano a lavorare come al solito e i ministri che teoricamente sono ai loro vertici, ma certamente al loro fianco possono continuare ad operare per consolidare le rispettive posizioni (o almeno possono provarci).

Vale soprattutto per l’equipe dei Cinque Stelle, che è quella messa peggio, ma va benissimo anche ad Italia Viva e a LeU. Molto meno bene al PD, che però valuta il rischio di un incidente che possa sfociare in una crisi che poi non si saprebbe come guidare: è bene ricordare che Salvini e Meloni non hanno smesso di chiedere che si vada ad elezioni anticipate. È tutta propaganda finché la maggioranza regge, ma se questa non tiene, diventa difficile per il Quirinale far finta di nulla (e non è nello stile di Mattarella).

Del resto al Nazareno confidano che il chiarimento a cui devono rispondere i Cinque Stelle possa finalmente sfociare nella scelta di una alleanza strutturale col PD, visto che non è che quel partito abbia alternative, se non quella di tornare ad essere un movimento di agitazione socio-populista, però in un contesto in cui questa roba ha perso di mordente. Più passa il tempo più è chiaro che ormai la componente “governista” ha scelto quella strada e questa passa per portare alla conclusione della legislatura alla scadenza naturale. Con un immediato passaggio nelle urne le chance di mantenere l’attuale numero e l’attuale qualità delle posizioni sono piuttosto ridotte.

I Cinque Stelle costretti a fare la massa di manovra a sostegno dei governisti, che a loro danno poco spazio anche di presenza pubblica, si lamentano, ma hanno ancor meno voglia degli altri di mettere fine alla loro avventura parlamentare, come sarebbe con molta probabilità nel caso di elezioni anticipate. Soprattutto ora che il taglio agli stipendi per sostenere Casaleggio e per altre iniziative è stato ridimensionato nei fatti.

Il problema a cui però non si potrà comunque sfuggire è la scadenza delle amministrative la prossima primavera. Perché è lì che bisognerà dar corpo alla alleanza con il PD se non si vuole che la maggioranza vada del tutto in tilt. L’impresa è piuttosto complicata per una ragione banale: i Cinque Stelle non hanno uomini o donne da mettere in campo per una battaglia di “personalità” come è indubbiamente quella dei sindaci che vengono eletti direttamente. Delle grandi città che vanno al voto, Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli, giusto forse a Torino possono puntare alla ricandidatura della Appendino (ammesso che esca, come è possibile, dai suoi guai giudiziari). La ricandidatura della Raggi sarebbe una pura follia, si è cominciato a dirlo anche fra i pentastellati e il PD non ha certo voglia di immolarsi per una causa persa. A Milano è difficile che il Nazareno possa rinunciare a Sala e comunque M5S non ha uno straccio di candidato che possa competere con lui. Napoli è un terreno difficile: c’è De Magistris che comunque un suo radicamento ce l’ha e dubitiamo che gli possa far ombra l’attuale ministro Costa che non può certo andare a presentarsi come il gran difensore della libertà di orsi e lupi in Trentino e Sudtirolo.

Bologna è una piazza difficile, nonostante qui l’attuale sindaco Merola non sia ricandidabile. Ma la città ha una sua identità forte e certo non si fa imporre un grillino qualunque, né fra gli attuali leader del movimento più in vista se ne trova uno che possa smuovere gli entusiasmi sotto le due torri. Dunque come potranno i Cinque Stelle reggere il racconto di un rapporto strutturale col PD se dovranno nelle città chiave ben che vada presentarsi come suoi portatori di (poca) acqua? Certo da qui alla primavera ci sono un po’ di mesi, ma le alleanze elettorali con relative candidature vanno fatte per tempo (la Liguria insegna) e nei pochi mesi disponibili il peso elettorale della distribuzione dei fondi europei non riuscirà ad essere messo sulla bilancia.

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