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Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista

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Il M5S è sull’orlo di una crisi di nervi perché ha smarrito la propria identità e non riesce a darsene un’altra, anche perché, come collettivo, non trova un accordo sulla parte da svolgere nella commedia della politica italiana. Da più di due anni i suoi principali esponenti stanno al governo del Paese. La loro vita è cambiata. Mi sentirei di paragonarli a Nerina, la mia terza gattina.

Era una micia randagia, cacciata con un’altra decina di felini, da un gattile che aveva chiuso bottega. Venuta a vivere in casa mia ha impiegato poche ore per adattarsi a una condizione di agi e comodità, di cibo di buona qualità e di affetto, di sonnellini su morbidi cuscini al posto di giacigli di paglia. Chi sono i ‘’grillini’’ oggi lo si è capito dalla loro ‘’ultima cena’’ in un locale della prima periferia romana dove i maggiorenti sono arrivati a bordo di lussuose auto di rappresentanza con tanto di autisti, portaborse e personale delle scorte. Gli autobus, i taxi, le utilitarie, i tramezzini al bar di fronte più che un ricordo rappresentano un incubo.

Come Nerina che si rifiuta di uscire di casa perché ha paura di non rientrare più. Mentre la mia gattina ingrassa, il M5S deperisce. Ad ogni elezione deve abbandonare le trincee in cui è stato confinato da quella precedente per arretrare ancora di più. Dal 33% alle elezioni politiche del 2018 oggi l’obiettivo è divenuto quello di non scendere sotto il 10%, ma di rimanere nella ‘’terra di nessuno’’ che sta tra quella percentuale e il 20%.

LA LENTA AGONIA

Si possono individuare tante cause di questo ‘’mal sottile’’ che conduce ad una lenta agonia. Gli osservatori si dividono, grosso modo, in due scuole di pensiero: quella che è sollecita a vigilare, con un moto di disapprovazione, sulla rinuncia ai ‘’sacri principi’’ del Vaffa e quella che tutto sommato preferisce assistere alla normalizzazione del movimento e alla sua penosa trasformazione in un partito. In realtà, il M5S sta vivendo una situazione paradossale, ma logica: sta scomparendo perché ha assolto alla mission per cui è nato, in Piazza Maggiore a Bologna ed ha condotto la sua battaglia fuori e dentro le istituzioni.

Pertanto, è una forza politica che ha esaurito la sua funzione. Ha contaminato col virus del populismo il sistema politico italiano, ha diffuso la (sub)cultura dell’antipolitica costringendo i partiti – nell’arco di un ventennio – a suicidarsi nella rincorsa a raccogliere le briciole di un consenso che stava crescendo contro di loro.

Ha fatto del giustizialismo una regola assoluta, ha imposto (onestà! onestà!) l’osservanza di un’etica pubblica di loro invenzione anzichè ai sacri principi dello Stato di diritto. Su questi temi, come si diceva un tempo del Pci, ha governato dall’opposizione. I partiti politici hanno indossato il saio; hanno man mano rinunciato al finanziamento pubblico; hanno abbandonato al loro destino quanti incappavano nelle reti delle procure e nel linciaggio dei media (si veda per tutti il caso di Filippo Penati); hanno creato, con la complicità dei giornali e della tv, un clima diffuso e prevalente di astio nei confronti delle istituzioni e degli eletti (il voto sul taglio dei parlamentari ha dimostrato che l’antipolitica è entrata a far parte del dna dell’opinione pubblica).

Arrivati al potere i ‘’grillini’’ non hanno perso tempo nel realizzare i loro obiettivi: il reddito di cittadinanza, la sospensione della prescrizione giudiziaria, la mutilazione delle Camere (hanno ragione nell’affermare che ci sono riusciti solo loro inducendo la Camera ad un voto bulgaro). Hanno condizionato importanti decisioni politiche all’esito della pagliacciata della consultazione degli iscritti sulla piattaforma Rousseau.

I VALZER INTERNAZIONALI

Anche a livello della politica internazionale non hanno esitato ad intrecciare giri di valzer al di fuori delle tradizionali alleanze. Ecco perché possono dire ai loro elettori: ‘’abbiamo già dato; la missione è compiuta; noi possiamo anche dileguarci nella nebbia, ma abbiamo cambiato il Paese. Lo lasciamo in preda ad un moralismo d’accatto, ad un pauperismo plebeo, ad un’invidia sociale dominante.

Che cosa d’altro potremmo fare di più?’’. Dimma può dire a Dibba che combinato più cose lui al governo che tutto il movimento in vent’anni. Alessandro Di Battista vuol tornare alle origini? Si accomodi. Vuol fare la scissione? Ci provi. In fondo, una vita nuova nasce sempre da una separazione (come quella del neonato dal ventre materno). I socialisti nel 1892 si divisero dagli anarchici.

Nel 1947 i socialdemocratici si scissero dai ‘’frontisti’’; nel 1964 fu la sinistra a lasciare il Psi quando nacque il primo governo organico di centro sinistra. Sono vicende queste che si sono ripetute nella storia di tutti i ‘’vecchi’’ partiti in Italia e altrove. Certo è che siamo scesi molto in basso. E’ maggiormente un segno di decadenza avere Di Maio alla Farnesina o Di Battista leader dell’opposizione?

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