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Zingaretti, Conte e Di Maio

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La ripresa della pandemia sta cambiando almeno in parte i punti di riferimento della politica. Innanzitutto rinforza il premier e il suo esecutivo, perché li investe della domanda di qualcuno che guidi l’intervento pubblico. In secondo luogo aumenta il senso di smarrimento del paese, incerto se rassegnarsi a vivere in un clima di emergenza o se provare a gettare il cuore oltre l’ostacolo facendo finta che si possa andare avanti come se il virus non ci fosse e peggio per chi ne verrà schiacciato. Conte ormai punta tutto sull’appello a stringersi a lui tanto per rispondere alla ripresa del contagio quanto in vista della gestione del cosiddetto nuovo piano Marshall. Ha realizzato che di alternative spendibili senza grossi rischi in giro non ce ne sono. Il marasma che attraversa i Cinque Stelle al momento lo rafforza. Se ci fosse davvero una scissione significativa fra i movimentisti alla Di Battista e Casaleggio e i governisti alla Di Maio e compagni, lui diventerebbe ancor più la zattera a cui si aggrapperebbero tutti quelli che vogliono durare e non sono abbastanza forti di immergersi nelle lotte tribali post-grilline: e sono probabilmente la maggioranza dei parlamentari.

RENZI IL PIERINO

Renzi ha perso la possibilità di fare il Pierino che minaccia crisi e prova invece a riciclarsi nella improbabile versione del Grillo Parlante che dà alla coalizione buoni suggerimenti su come comportarsi in questo difficile frangente. Il PD può compiacersi di aver ritrovato la centralità come partito più affidabile, ma a patto che non esageri nel chiedere al governo quel cambio di passo che non può fare e che se provasse a farlo renderebbe evidente quanto sia malfermo sulle sue gambe. L’opposizione per adesso non può che aspettare. Difficile contrastare il governo mentre il paese tiene il fiato sospeso nell’attesa di vedere se davvero riusciremo a cavarcela a buon mercato con la seconda ondata, che è ambigua: alti contagi e in crescita, ma situazione ancora sotto controllo negli ospedali (sempre che ci siano state date tutte le informazioni del caso). Del resto, finché si può combinare un relativo funzionamento del sistema scolastico con una discreta tenuta dello smart working e dell’occupazione per quel tanto che è rimasto, si può reggere. Certo c’è la sofferenza di molti settori, dalla ristorazione agli alberghi, dalle palestre alle discoteche e centri di svago, ma insomma sono ancora settori che rimangono relativamente marginali.

ELEZIONI LONTANE

Elezioni in vista non ce ne sono. Quelle della prossima primavera appaiono troppo lontane e non trovano attenzione nell’opinione pubblica. Per di più nessuno riesce veramente ad immaginare in che condizioni ci troveremo quando il loro problema arriverà all’attenzione del grande pubblico superando i ristretti confini della politica professionale. Dunque tutto bene, ci attende un certo periodo di relativa quiete dopo mesi e mesi di campagna elettorale permanente? E’ possibile sia così, ma non sarà una quiete salutare. Se si stanno ridimensionando le tensioni da avanspettacolo a cui ci avevano abituato le risse televisive permanenti, non si vedono all’orizzonte cambiamenti sostanziali per i problemi che abbiamo sul tavolo. A cominciare dall’elaborazione della legge di bilancio, che sarà il vero termometro per misurare lo stato di salute della politica.

TROPPO DEFICIT

È in quella sede infatti che andranno affrontati i nodi che pone la famosa “ripartenza” a cui tutti dicono di puntare. C’è bisogno di spesa pubblica e abbiamo già accumulato molto deficit supplementare nell’esigenza obbligata di tenere in piedi la situazione durante la prima fase della pandemia. Un po’ troppo ingenuamente si è scommesso che tutto sarebbe stato risolto dall’arrivo della Befana europea, che invece non è certo giunga nei tempi previsti. Ora si deve anche tenere presente che la decisione, per quanto abbastanza necessaria, di prolungare lo stato di emergenza comporterà un po’ di spesa supplementare, per di più non semplice da tenere sotto controllo per una certa discrezionalità che l’emergenza consente. Ci sarebbe necessità di rafforzare alcune cabine di comando, ma non lo si può fare con la via più normale che sarebbe quella di adeguare la composizione del governo ai tempi eccezionali che stiamo affrontando. Non si può toccare nulla per almeno due ragioni: la prima è il rischio che toccando alcune caselle crolli tutto; la seconda è che con la situazione in cui versano i partiti della coalizione non c’è alcuna garanzia di sostituire dei ministri inadeguati con rimpiazzi all’altezza dell’emergenza. Così si torna a vagheggiare l’investitura di commissari straordinari, ovvero un allargamento del potere delle lobby burocratiche.

PRIMA REPUBBLICA

Allora si può procedere nel più classico stile della Prima e della Seconda Repubblica: della gestione dei problemi ci si occupi nelle segrete stanze dei ministeri (al massimo col concorso di qualche lobby esterna) e si lasci fare alla politica un po’ di accademia su qualche grande tema da rinviare poi a tempi migliori. Così sarà per la ricerca di un buon sistema elettorale, per la riforma costituzionale con cui rabberciare il taglio a vanvera dei parlamentari, per la riforma del fisco, eterno oggetto del desiderio in questo paese da parte di coloro che le tasse devono pagarle anche per sostenere i furbi che le evadono.

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