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Malumori nella maggioranza, ma non solo. La cabina di regia per la gestione dei progetti del Recovery fund immaginata dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, crea tensioni anche nella squadra di governo.

IL NAZARENO

E sembra che a nulla siano servite le rassicurazioni del premier, pronto a garantire una maggiore collegialità ai ministri e che i loro “poteri” non saranno messi in discussione né dal triumvirato politico, né dal team di manager responsabili dei progetti finanziati con i 209 miliardi dell’Europa.

Nel Movimento 5 stelle ministri e parlamentari sono in fibrillazione. Nel Pd, se il Nazareno si chiama fuori dalla discussione sulla struttura di governance, i suoi rappresentanti a Palazzo Chigi non sono disposti a restare fuori dai giochi. E da Italia Viva, con Matteo Renzi, arriva una bocciatura sull’intera linea: dalla struttura a tre per la cabina di regia, ai 300 consulenti. Mentre Maria Elena Boschi si fa portavoce della proposta di una “struttura di missione”, un modo, si spiega, per depotenziare il progetto piramidale e riportare tutto nell’alveo del Consiglio dei ministri.

LA GOVERNANCE

Mentre dietro le quinte va in scena il confronto/scontro tra le parti, arriva l’annuncio di «una proposta di legge del governo che verrà presentata in Parlamento su come organizzare una struttura incaricata, in base agli obiettivi stabiliti dal governo e dal Parlamento, di una governance attuativa ed esecutiva del Piano nazionale di riforme e resilienza», che terrà conto «delle indicazioni della risoluzione di maggioranza» approvata lo scorso ottobre dal Parlamento.

A parlarne è il ministro per gli Affari europei, Enzo Amendola, durante il question time alla Camera. «Su quale sia il modello di esecuzione e quale soggetto attuatore verrà data piena e trasparente informazione al Parlamento con proposte che saranno discusse in quest’Aula», assicura il ministro ricordando che «la Commissione Europea ha richiesto l’identificazione di un’autorità di gestione nazionale che funga da punto di interlocuzione unico e costante con la task force europea, con l’adeguato profilo politico e le necessarie professionalità amministrative».

LE ASPETTATIVE UE

«È indispensabile un meccanismo non ordinario di attuazione e gestione dei progetti – sottolinea – La Commissione Ue si aspetta che tutti gli Stati membri siano in grado di garantire la necessaria capacità amministrativa per l’effettiva attuazione del piano: pianificazione, gestione efficace delle procedure di gara, le relative assistenze tecniche da fornire ai diversi livelli amministrativi, le misure anti frode e cattiva amministrazione».

Amendola assicura che sul Piano nazionale di ripresa e resilienza il Parlamento italiano «avrà gli aggiornamenti e la parola finale sulla presentazione del piano a Bruxelles», ricordando i passaggi che prevedono la convocazione di un Cdm e di un Comitato interministeriale per gli affari europei, «in cui analizzare gli aggiornamenti del piano» e poi «la sua trasmissione immediata al Parlamento».

Al Piano, sottolinea, è affidata la trasformazione industriale dell’Italia in un’ottica europea, e che, comunque, potrà essere presentato a Bruxelles «solo dopo l’approvazione formale del pacchetto negoziale sul Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 una volta superati i veti di Polonia e Ungheria per la questione dello Stato di diritto».

Per aggirarli, intanto, la Commissione sta studiando una soluzione che permetta l’avvio del Recovery fund nel 2001.

Ora si tratta di “comporre” le diverse idee di partiti e ministri sull’organizzazione della struttura di governance. Nel Movimento 5 stelle, se il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, si è limitato a invocare «una struttura snella e veloce», ministri e parlamentari temono la riedizione di una task force alla Colao, «con il reclutamento di manager, esperti, e poi resta tutto fermo». Oppure che si crei l’imbarazzante situazione in cui i manager decidono e i ministri formano. Ma soprattutto temono che l’architettura immaginata dal premier possa dare a lui e al ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, modo di decidere in autonomia e depotenziare i ministri. Insomma, un’accusa non da poco.

DEPOTENZIAMENTO

Il Pd, si ribadisce, non intende dare alcuna “indicazione” al premier, ma sicuramente rinnova l’invito a spendere «presto e bene» le risorse europee. Ma lo spettro del depotenziamento tormenta anche alcuni suoi ministri. Ad esempio, con un piano che punta moltissimo sulle infrastrutture, la “Kamala Bianca” – così, ha rivelato Il Foglio, si definisce Paola De Micheli – accetterà di buon grado di restare dietro la porta della cabina di regia? Tra i dem, dal Senato, arriva l’appello del presidente della commissione Politiche Ue, Dario Stefano, a non ridurre il Parlamento a un mero auditorio», dal momento che la cabina di regia darebbe «avulsa dal diretto controllo parlamentare e nonché dalla collegialità del Consiglio dei ministri».

Poi c’è l’opposizione: per Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia il governo prepara l’ «ennesimo carrozzone per accontentare i partiti». Secondo il senatore di Forza Italia Massimo Ferro «invece di semplificare le procedure, si complicano le cose». Per Giancarlo Giorgetti, vicesegretario della Lega, escludere le opposizioni dalla «mitica task force» è «una scelta stupida».

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