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Matteo Renzi in Senato

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I MINIMIZZATORI sono al lavoro per stendere una cortina protettiva intorno a Conte. Che avrà mai fatto? Ha cercato di risolvere due problemi storici. Il primo è ovviare all’incapacità assodata dell’attuale sistema burocratico di spendere i fondi europei nei tempi dovuti, e magari anche semplicemente di impegnarli. Il secondo è attivare specifiche “unità di missione” per una impresa gigantesca, che è quel che si fa in tutta Europa. Non è proprio così, ma ne parleremo fra un poco.

Intanto val la pena di sottolineare come le reazioni attuali siano in buona parte ispirate da antipatia verso Renzi, che è un leader che in questo campo fa concorrenza persino a Craxi. Infatti dopo avere più o meno apertamente riconosciuto che insomma il capo di Italia Viva aveva dato voce a perplessità molto diffuse, ci si è resi conto che così lo si riportava al centro della scena e non andava bene: nella maggioranza come nelle opposizioni le gelosie reciproche verso chi riesce ad infilarsi sotto la luce dei riflettori sono dominanti. Però intanto c’è stata una svolta, piccola o grande che sia, e ci saranno conseguenze.

Ma procediamo con ordine. I ragionamenti dei minimizzatori sono capziosi. Innanzitutto è una pessima politica quella di sciogliere i nodi di un sistema tagliandoli con la scure. Significa evitare di prendere di petto il problema del cattivo funzionamento del nostro sistema decisionale e amministrativo creando condizioni eccezionali e sistemi fuori dell’ordinario. Può riuscire in casi estremi (Expo, ponte di Genova) che sono singolarità e rimangono circoscritte.

Qui stiamo parlando di investimenti che genereranno imprese che dureranno dai tre ai sei anni. Era l’occasione giusta per costringere il sistema a riformarsi mettendolo davanti all’enorme responsabilità di gestire quello che giustamente è stato definito il piano Marshall 2. Se si mette tutto sotto il cappello delle regole particolari, da un lato non avremo mai un sistema da paese normale, dall’altro si consentirà che tutto quello che si colloca fuori dal Pnrr continui a soffrire del nostro sistema di incapacità e ritardi: e fuori, per forza di cose, rimarrà tanto, cioè la vita normale del paese.

Finirà, temiamo, come con la battaglia sanitaria contro il Covid che si sta combattendo al prezzo di immiserire quando non di bloccare l’intervento contro tutte le altre patologie anche gravi. Vi è poi però un altro aspetto che non si può sottovalutare. La macchina speciale per governare l’eccezionalità del Pnrr si è tentato di metterla in piedi sottraendosi al normale iter delle grandi decisioni politiche: confronto ampio a livello governativo, passaggio parlamentare per potersi rapportare alle opposizioni, dialettica con le varie articolazioni dei poteri locali e sociali

. Tutto è stato fatto con la solita baldanza dei colpi di mano che così si possono sfruttare meglio mediaticamente. E’ un vulnus oggettivo al buon funzionamento di una democrazia costituzionale. Non è certo un colpo di stato, ma non è egualmente un comportamento sano e si sa bene che i cedimenti su questi terreni sono forieri di guai per il futuro del sistema.

Detto questo, c’è poi la politica politicante. Renzi non è capace di dosare la sua forza, se volessimo citare una frase da un film di Toshiro Mifune sui samurai, è “una spada senza fodero”. Stupidaggini come la richiesta di scuse per un comportamento politico sono roba da talk show. Però con la sua azione ha smosso le acque sino al punto che Salvini apre all’ipotesi di un governo di solidarietà nazionale che porti la legislatura alla sua conclusione naturale.

Non è una svolta da poco e lo si vede anche dall’irritazione con cui la Meloni ha accolto l’uscita del leader leghista. Magari l’ha fatto tanto per sottrargli un po’ di consensi ribadendo che la vera destra è lei, mentre non crede realizzabile l’ipotesi, ma forse c’è anche un po’ di vera preoccupazione da parte sua. Conte sembra aver deciso che questa volta la strategia dello spazzare la polvere sotto il tappeto non funzionerà e sembra di conseguenza intenzionato a provare a guidare lui la ricomposizione della coalizione di governo. In che modo è ancora nebuloso.

La prospettiva di una crisi pilotata non è esclusa, visto che il ricorso anticipato alle urne, fosse pure attuato dopo aver chiuso la legge di bilancio, è molto avventuroso per tutti. Non è però chiaro con quale tipo di conclusione: un Conte 3 con dentro i capi dei partiti ci pare difficile (troppi galli in un pollaio con ingovernabilità garantita). Un modesto rimpasto, che comunque dovrebbe passare per una nuova fiducia parlamentare, sarebbe più gestibile, ma non crediamo risolverebbe le tensioni. Non è da escludere che alla fine si concluda con l’ennesimo rinvio di fatto che lascia tutto com’è, con la promessa di una “staffetta” fra Conte e qualcun altro in un futuro collocato all’avvio del semestre bianco, quando lo scioglimento delle Camere sarà impossibile.

Intanto si troverà un compromesso su una cabina di regia meno urticante di quella immaginata dal premier e con una garanzia di coinvolgimento largo nei meccanismi di gestione della manna europea. Potrebbe andar bene a quasi tutte le forze politiche (non lo ammetteranno). Peccato non vada bene per garantire un passo avanti nello sviluppo del paese in quella fine dell’emergenza da cui abbiamo predicato che saremmo usciti migliori.


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