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Matteo Renzi e Nicola Zingaretti

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Tempo di lettura 5 Minuti

UN BILANCIO di questo anno infernale per tutti? Quasi impossibile cavarsela con frasi fatte e parole di pronto impiego: il nostro Paese, come gli altri, ma spesso più degli altri, è stato sottoposto a una prova da stress che ricorda i film di guerra in cui un sottomarino è costretto a inabissarsi oltre le possibilità mentre le bombe di profondità lo fanno vibrare e ogni giuntura salta aprendo una falla.

Eppure, alla fine il vascello ce la fa e torna a respirare. Siamo tornati a respirare? Dire che lo speriamo è poco. Si può, ci sono i vaccini che per fortuna altri Paesi hanno prodotto, (l’industria farmacologica italiana non produce un nuovo brevetto internazionale dal 1963) e adesso un governo deve dare prova di saper tornare in superficie senza far crepare tutti.

Ma abbiamo un governo? Tutti sappiamo che quello attuale scricchiola come il sottomarino e si sa che una resa dei conti e un riaggiustamento, come minimo, ci sarà.

Nella sua conferenza di fine anno il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dato prova di responsabilità indicando i problemi del Sud come prioritari e urgentissimi, dando atto a questo giornale di svolgere un ruolo primario nell’informazione schierata con gli interessi dei cittadini dell’Italia sabotata alle priorità altrui. Molto bene, ma a questa premessa dovranno seguire nuovi fatti.

L’anno politico è stato catastrofico quanto l’epidemia che lo ha definito per forza e per disgrazia degli eventi. Poco meno d’un anno fa il virus faceva la sua comparsa e scoppiavano le polemiche. Nessun Paese era pronto, ma l’Italia si trovò inaspettatamente in primissima linea a subire i danni più gravi.

E quando li superò con ondate di sacrifici umani, fra cui quelle del personale sanitario falciato dalla carenza dei piani emergenziali e costretto ad una creatività eroica ma senza una guida sempre coerente, arrivò la seconda ondata che in realtà era sempre la prima, ma aggravata dalle conseguenze dell’ottimismo.

La destra salviniana e di Fratelli d’Italia ha deciso di non voler tentare di abbattere il governo, chiedendo un posto a tavola nella spartizione dei duecento e passa miliardi che arriveranno, se va bene, con l’estate. Nel frattempo, cinghia stretta. In questa fase di rinnovata calamità, il capo di Italia Viva ed ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, ha cominciato a far fibrillare la maggioranza stressando ciò che era già stressato: la chiarezza e la tempistica delle decisioni.

Si sa che Renzi ha un suo interesse per la conquista del ministero degli Esteri in attesa di assumere un ruolo di leadership della Nato e che i partiti di governo gli hanno riposto picche. Si sa che il presidente del Consiglio organizza le sue truppe per costituire – secondo la voce comune – un suo nuovo partito di centro che dovrebbe riprendere un filo che potremmo definire “moroteo”, rifacendosi cioè al riformismo cattolico di Aldo Moro mirato per raggiungere i consensi di quel grande centro moderato che di quinquennio in quinquennio è stato democristiano, berlingueriano, berlusconiano e renziano e che poi si è scomposto per l’arrivo del M5S che ha rubato la scena a quasi tutti, e che poi ha visto finire la sua crescita, con conseguente caduta a parabola.

Non è un mistero che i Cinque Stelle temano elezioni anticipate che avrebbero su di loro l’effetto del meteorite sui dinosauri e gridino con grande eccitazione che chi vuole far cadere il governo è un irresponsabile. In realtà sembra che tutti mostrino ostilità il governo salvo i Cinque Stelle, e gli attrito sono arrivati a un punto tale che Renzi ha fatto addirittura una avance a Silvio Berlusconi offrendosi per far saltare l’attuale maggioranza e fare squadra con Salvini e la Meloni che però hanno sdegnosamente rifiutato, sicché la ressa e la rissa si sono moderatamente incancrenite.

La vera incognita politica resta l’andamento dell’epidemia; se il primo vaccino e poi il secondo e il terzo avranno effetto, la crisi anche economia vedrà tornare un filo di ossigeno e se per primavera la tormenta finirà, il governo – questo governo – bene o male avrà vinto. In Senato si prepara un gruppo di “responsabili” che sotto il nome di “Italia23”, farà da pompiere ogni volta che si rendesse necessario colmare un vuoto nella maggioranza.

Come si vede, è sempre la stessa partita parlamentare di sempre, con la variante del Covid il quale, come ogni bravo virus, si è messo a variare anche lui stressando le speranze di tutti perché la scommessa è sulla tenuta dei filamenti del RNA del vaccino, di fronte ai nuovi filamenti di RNA del virus.

I democratici sembrano sia allo sbando che in fase di rifondazione: anche loro si sono posti in posizione di combattimento chiedendo al premier di mollare la delega ai servizi segreti, che Conte non intende assolutamente concedere, non essendo costretto da alcuna norma ma solo da una tradizione.

Il Pd ha dato prova di sbandamento durante il referendum confermativo della legge che ha falciato il numero dei parlamentari, prendendo le distanze da sé stesso, ciò che ha messo in mostra un dato subito tuttora visibile: il 30 per cento di coloro che hanno deciso di andare a votare al Referendum e alle regionali ha votato no e quei voti erano in larga parte dei democratici.

Silvio Berlusconi ha chiuso la sua sede storica di Palazzo Grazioli e quando tornerà a Roma si rifugerà nella villa sull’Appia che concesse in comodato a Zeffirelli e che deve essere restaurata. Il dato politico è che Forza Italia ha perso anche il suo centro geografico riconoscibile, benché abbia una sede in piazza in Lucina.

L’area liberale del Paese è di fatto senza casa e senza bandiera, perché le due destre nazionaliste hanno scalato l’elettorato moderato di destra imponendo un linguaggio e degli obiettivi che sono rigettati dagli elettori di area liberale. È quella l’area del resto su cui conta Conte, se ci perdonate l’imperdonabile ossimoro.

Ma la scommessa dell’anno che arriva ci sembra proprio questa: chi vincerà la guerra del virus e chi vincerà il trofeo dell’elettorato fantasma, ancora in cerca d’autore. Il resto, con il suo contorno di intrighi e rumors, è il normale teatro della politica con i suoi riti: la “politique d’abord”, la politica prima di tutto come diceva Pietro Nenni che l’aveva imparato nel suo esilio francese.


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