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Matteo Renzi e Giuseppe Conte

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I palazzi della politica sono chiusi, riapriranno domani, lunedì 4 dicembre. Eppure, una luce è rimasta accesa. Ed è quella dello studio di Giuseppe Conte a palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio prepara la contromossa. Insomma, studia e ragiona su come evitare una crisi di governo, che ormai sembra già aperta.

D’altro canto, da quelle parti è chiaro che Matteo Renzi non arretrerà di un millimetro. Anzi, continuerà a battere ferro finché è caldo. «Abbiamo ceduto sulla task force, abbiamo aperto il tavolo sulla stesura del Recovery plan, ma il fenomeno ogni volta rilancia. Si tratta dunque di pretesti» sospirano dall’inner circle del premier.

Rivelatrice di questo atteggiamento, definito «pretestuoso», sarebbe stata l’intervista del rottamatore al Messaggero. «Se ha scelto di andare a contarsi in aula accettiamo la sfida» attacca il senatore di Scandicci.

E la sfida potrebbe consumarsi con tanto di strappo nel corso del primo consiglio dei ministri, quello che dovrà dare il via libera al Recovery Plan. In queste ore gli sherpa di maggioranza sono mobilitati per cercare di trovare una soluzione, un compromesso che scongiuri la fine dell’esecutivo e spiani la strada a un Conte-ter con dentro Italia viva.

Ma a questo punto della partita nessuno osa scommettere su cosa potrebbe accadere. Perfino i bookmakers non si sbilanciano. Gli scenari sembrano essere tre, se non addirittura quattro. Il primo è caldeggiato da chi vorrebbe sostituire la riottosa compagine dell’ex sindaco di Renzi con un drappello di “responsabili” o “costruttori”.

Alla Camera non ci sarebbe alcun problema. I riflettori si sposterebbero a Palazzo Madama dove Iv conta 18 senatori. Di conseguenza ne servirebbero altrettanti per restare al sicuro. Clemente Mastella, conoscitore come pochi delle dinamiche del palazzo, scommette: «I responsabili sono i come vietcong, spuntano al momento opportuno».

Un ministro del governo Conte ammette: «Non escludo l’arrivo di plotoni di responsabili». E soprattutto si considera un altro fattore: «Siamo sicuri che i senatori di Italia viva seguano il loro capo?». Non a caso, almeno cinque renziani, se non addirittura di più, avrebbero telefonato a una serie di ministri del Nazareno per lamentarsi della strategia «folle» del leader di Italia viva.

Fatto sta che quest’ultima soluzione – parlamentarizzazione della crisi con allargamento della maggioranza ai “responsabili” e con Renzi che si accomoderebbe all’opposizione – sembra essere la più fragile perché significherebbe tirare a campare fino all’inizio del semestre bianco, poi si vedrà. Anche se è pur vero che potrebbero confluirvi centristi, azzurri, ex M5S, in un progetto che sarebbe prodromico alla nascita del partito di Conte.

Scenario due: Conte-ter con i capi partiti all’interno dell’esecutivo e con Renzi alla guida di un ministero strategico. Si vocifera che l’ex premier punterebbe al ministero della Difesa per poi scalare la segreteria della Nato. Va da sé che un terzo scenario potrebbe ruotare attorno a un gabinetto tecnico, ma per realizzarsi ci dovrebbe essere una sorta solidarietà nazionale di cui a oggi non c’è traccia.

Ecco perché dalle parti del Colle non si esclude il ritorno alle urne. O comunque si agita per mettere fretta alla politica, per far sì che i palazzi si occupano così di piano vaccini, della riapertura della scuola, del Recovery Plan. Senza dimenticare che dietro questi sommovimenti di inizio anno si cela la partita del Quirinale.

Soluzione politica o tecnica?

Non è dato sapere. «È ancora prestissimo» mormorano. Dal risultato del duello Conte-Renzi si comincerà a decrittare l’identikit del successore di Sergio Mattarella.


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