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Matteo Renzi

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Ogni giorno ha il suo rilancio e a Palazzo Chigi lo hanno compreso: «Riscriviamo il Recovery fund e Renzi rilancia sul Mes sanitario. Mettiamo sul tavolo la delega ai servizi, proponendo Roberto Chieppa, figura terza e tecnica, e Renzi si oppone. A questo punto la domanda è: a che gioco sta giocando il senatore di Firenze?».

I toni e i contenuti sono più o meno di questo tenore quando Giuseppe Conte e alcuni ministri tirano le somme sull’ennesima giornata di trattative. A tarda sera il termometro della crisi continua a salire e scendere. Senza alcuna regola.

Nessuno osa scommettere su qualsiasi scenario. Segno che questa volta lo stato confusionale è trasversale. Nei palazzi della politica si fa di conto. Il PD riunisce la direzione al Nazareno. Sintesi dell’intervento di Nicola Zingaretti: «No a un governo tecnico, no ad apertura a destra, Conte prenda iniziativa per un nuovo patto di legislatura. Tuttavia noi non abbiamo paura del voto».

Dunque si riparte con i soliti tre scenari: Conte-2 bis, un Conte-ter, il ritorno alle urne? 1 X 2. Dalle parti del Quirinale la tripla non è concessa, bisogna fare in fretta, chiudere subito questa crisi e far ripartire il Paese. Anche perché riflette con il Quotidiano del Sud un ministro di peso dell’esecutivo: «Nel giro di poche settimane ci ritroveremo davanti: la curva dei contagi che salirà, il prosieguo della campagna vaccinale, la scadenza del blocco dei licenziamenti (31 marzo ndr.), problemi di ordine pubblico, manifestazioni, blocchi. Senza dimenticare la scuola».

Insomma, gli appuntamenti che avrà davanti l’esecutivo non potranno certo prevedere l’apertura di consultazioni eterne, il sali e scendi dal Quirinale, l’individuazione di un nuovo premier, la selezione dei ministri che siederanno nei dicasteri strategici.

Una crisi al buio dagli esiti imprevedibili che potrebbe alla fine sfociare nel voto anticipato. Ed è forse nei toni e nell’affermazione di Elena Bonetti, ministra in quota Italia viva, che si scorge uno spiraglio di trattativa, di tregua.

«A me va bene un nuovo progetto di governo che offra al Paese la chiarezza della direzione su cui si vuole andare». Sarà vero? Alle 18 e 30 inizia il confronto fra il presidente del Consiglio e i capidelegazione. Matteo Renzi non c’è. Il senatore di Rignano attende dall’ufficio a Palazzo Giustiniani, manda messaggi ai suoi, lavora sotto traccia a un esecutivo senza Conte. Nel frattempo Davide Faraone guarda negli occhi Conte e rilancia: «Presidente, che fine ha fatto il ponte sullo Stretto?».

La tensione sale a Palazzo Chigi. Non a caso, pochi metri da Palazzo Chigi, alcuni dirigenti democrat bofonchiano: «Matteo non tornerà più indietro. I suoi stanno usando parole di guerra davanti al premier Conte». Dunque che cosa succede? L’ipotesi di un nuovo esecutivo con un altro premier non viene presa in considerazione dal Pd.

Il motivo? «Perché fra otto mesi quando inizierà il semestre bianco Renzi lo farebbe saltare». E allora o Conte o il voto. A meno che non ci siano i responsabili. Anzi «i costruttori». Una soluzione definita «raccogliticcia» dal Quirinale. Nel frattempo Conte resta asserragliato a Palazzo Chigi.

E Renzi continua a rilanciare. Ieri il Mes, oggi il ponte sullo Stretto.


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