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I governatori delle Regioni forti: Bonaccini (Emilia Romagna), Zaia (Veneto) e Fontana (Lombardia)

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Conte ha usato l’arma dell’orgoglio e la promessa del rimpasto per uscire dalla crisi; “rinforzare la squadra di governo” è stata la parola chiave, ma ha anche puntato sull’onore suo e del governo nell’affrontare, ha detto, la peggior situazione economica ed epidemica di cui l’Italia abbia mai sofferto e così ha concluso il duello con Renzi, dopo averlo accusato di aver barato al gioco: “Avete detto che ci rifiutavamo di discutere e invece siete voi che ve ne siete andati”. Poi la fiducia.

Ed ora la domanda: il premier ha soddisfatto o no la richiesta che è venuta sia dall’esterno che dall’interno della sua maggioranza di dare un senso globale e strategico al governo, un senso che finora non ha? La risposta ci è sembrata positiva perché modificare il governo dopo aver incassato la fiducia significa attendere nuovi alleati che hanno già accettato di attraversare il Mar Rosso approfittando della chiusura delle acque. Ci è sembrato anche che Conte abbia dato segno di una reale volontà di mettere mano all’articolo quinto ovvero al pasticciaccio per cui le Regioni sovrastano lo Stato e i suoi poteri, assorbendo contemporaneamente la maggior parte delle sue risorse.

L’ abbiamo visto costantemente in Calabria, Puglia, Lucania, Sicilia e Campania con una frattura civile e sociale che ha lasciato mezza Italia priva di ospedali e di sanità, mentre l’altra mezza, quella delle cosiddette regioni ricche e virtuose è rimasto senza il mercato cui vendere i suoi prodotti, perché quel mercato era ed è lo stesso Sud. Adesso Conte dovrà dare seguito agli intenti passando ai fatti quando si tratterà di specificare in modo preciso e dettagliato gli investimenti con il denaro del Recovery da destinare a Gioia Tauro, Taranto, la costa jonica, le infrastrutture sanitarie e dei trasporti di cui l’intero Mezzogiorno è stato amputato, espropriato e costretto così ad assecondare gli impulsi migratori definitivi e poi la migrazione sanitaria.

Ciò che è accaduto negli ultimi anni è paradossale oltre che infernale: le risorse tolte al Sud sono state iniettate nel Nord che così è diventato il polo di fuga che ha reso disfunzionale e arretrato lo stesso sviluppo del Nord. Di tutto questo Conte ha parlato per accenni, anche se sono accenni concreti. L’idea di separare l’Italia secondo aree di PIL come se fossero gli Stati dell’ex Confederazione americana sconfitta, è assolutamente indecifrabile e del resto l’errore di questa strada è dimostrato proprio dalle crisi che i governi Berlusconi, assediati dagli alleati di centro, subirono con la conseguenza di trovare un baricentro sempre più spostato verso la Lega, allora nordista e non sovranista.

Oggi siamo di fronte a una popolazione di circa venti milioni di cittadini cui devono essere restituite risorse, investimenti perfettamente strutturati e controllati, compiendo con coraggio i passi necessari per una inversione di tendenza. Un accenno indiretto al Sud Conte l’ha fatto nel suo intervento finale di replica prima di chiedere la fiducia, quando ha sostenuto – seminando una certa perplessità – che la mafia è “un virus più grave del virus Covid”, ed è sembrata il pedaggio di messaggio richiesto: l’impegno alla mafia è talmente ovvio che non dovrebbe forse neppure essere citato, ma Conte ha pensato di farlo anche incassando la standing ovation sul nome di Paolo Borsellino di cui ieri sarebbe stato l’ottantunesimo compleanno.

Tutti sappiamo che combattere oggi la mafia non è più soltanto un impegno “sudista” visto che le più forti centrali delle organizzazioni mafiose hanno ormai i loro gangli in Lombardia, Veneto, Liguria ed Emilia. Ma è stato comunque un ricorso unificante su un tema unificante, e va preso per quel che è.

Ma l’aspetto più incoraggiante del prossimo governo Conte, se ve ne sarà uno nuovo o uno vecchio rinforzato, salvo catastrofi dell’ultim’ora, ci sembra stia nella volontà politica di far prevalere le ragioni dello Stato su quelle delle Regioni forti e spesso quasi secessioniste.

Lo si è visto in Val D’Aosta, regione a statuto speciale ma ci è sembrato di cogliere una volontà in questo senso, sempre sperando che un raddrizzamento della rotta nel senso del ritorno del comando allo Stato per le questioni centrali e incombenti come quella dell’epidemia sia accettato e anzi promosso anche dal PD, che storicamente è il partito che più d’ogni altro ha sfruttato e promosso la ribellione regionale con l’infausta riforma del titolo quinto della Costituzione, perché l’autonomia regionale accompagnata dal travaso dei fondi destinati alla Sanità è stata trasformata in una greppia politica che ha lasciato senza Sanità metà degli italiani ed ha arricchito i partiti dell’area ex comunista, grazie allo sciagurato compromesso fatto in un’epoca. Il 1970, in cui si cercava di dare ai comunisti un contentino per compensarli della loro inidoneità per il governo, a causa della situazione internazionale. Oggi si può fare macchina indietro e riprendere il filo interrotto restituendo risorse, giustizia, sanità e speranza, sempre che Conte lo voglia davvero ed abbia la forza per farlo.

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