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Conte nell'Aula del Senato

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Si è provato a varare la Terza Repubblica. Questo è il dato più importante di quel che è successo ieri. Prima di soffermarci su come si è concluso questo tentativo analizziamo il fenomeno. Il rincorrersi di rivendicazioni di successi da parte di Conte e dei suoi sostenitori e di denunce da parte dei suoi oppositori fa parte della ritualità parlamentare, così come l’esibizione di formule retoriche, in buona parte suggerita dai vari spin doctor. Su questi discorsi non vale la pena di soffermarsi più di tanto. Il tentativo ha riguardato come era prevedibile la risistemazione della geografia politico-elettorale.

Nella sua replica Conte ha negato di volersi annettere altre componenti, ma ha fatto tutto il possibile per costruire un quadro che porterebbe verso un nuovo orizzonte politico. La decisa presa di posizione a favore di un sistema elettorale proporzionale è stata espressamente giustificata con il fatto che era doveroso e opportuno favorire una modalità che consentisse la presenza di una grande varietà di forze in parlamento. Ovviamente ci si giustifica con la tesi che è il paese a presentare una geografia molto frastagliata, ma sino a poco tempo fa si riteneva un dovere dell’azione politica portare queste frammentazioni a sintesi, superando una situazione che aveva portato ad un triste declino la prima repubblica ed aveva per un buon periodo reso difficoltoso anche l’avvio della seconda.

Con la ripresa di questo proporzionalismo non c’è alcun ritorno alla prima repubblica, dove quel sistema non serviva per favorire una continua aggregazione e riaggregazione di forze cangianti: fino agli anni Ottanta la composizione del parlamento vedeva attivo un numero ristretto e sostanzialmente fisso di partiti, ciascuno persino stabile nel suo nucleo di consenso elettorale che variava in maniera relativamente marginale. Ciò dipendeva dal fatto che quei partiti rappresentavano ciascuno dei radicati mondi socio-culturali che venivano per così dire “pesati” per la loro quota di presenza nel sistema italiano. Quando questi mondi, garantiti dalla presenza di quelli che si usavano chiamare gli “storici steccati”, entrarono in crisi per molte ragioni che qui sarebbe lungo ricordare, sicché il proporzionalismo esplose col venire alla luce di un gran numero di nuove forze politiche che determinarono una governabilità difficile.

La cosiddetta seconda repubblica ritenne, pur tra molte difficoltà, di tentare di riportare sotto controllo questa frammentazione provando ad orientarsi verso quel modello che per lunghi anni era stato presentato dai politologi come il migliore: il bipolarismo basato su coalizioni contrapposte, non essendo possibile produrre quello che si immaginava fosse l’ideale del bipartitismo dei sistemi anglosassoni. Certamente questo bipolarismo è stato costruito male e scherzando col diavolo, perché si è finito di trovare le ragioni per compattare forze e orientamenti diversi nella costruzione di una contrapposizione fra angeli e demoni. Tutti sappiamo cosa significò giocare sulla contrapposizione fra berlusconismo e antiberlusconismo, qualche volta con abuso disinvolto di richiami a spaccature del passato ormai di scarso significato come comunismo e fascismo.

Il bipolarismo è stato annientato dal successo progressivo e nel 2018 straboccante del movimento Cinque Stelle che ha fatto parlare, un po’ troppo affrettatamente, di tripolarismo. In realtà il sistema aveva perso la sua bussola e si rendevano possibili alleanze parlamentari che prescindevano da prese di posizioni elettorali ancora legate a contrapposizioni in parte derivate da antichi pregiudizi: così si è assistito senza colpo ferire prima ad una alleanza gialloverde e poi ad una alleanza giallorossa peraltro con lo stesso premier. Però in quella prima fase la permanenza di Conte veniva spiegata col fatto che si trattava della scelta del partito di maggioranza relativa, M5S: era questo che aveva cambiato campo di schieramento, aderendo però, così allora sembrava, ad inserirsi in una nuova logica bipolare fra il campo cosiddetto sovranista e quello cosiddetto europeista.

Con la crisi attuale, ma i segnali erano intuibili da prima, Conte si è invece autonomizzato, anche se i Cinque Stelle continuano a fingere che non sia così, e adesso va alla formalizzazione di questa sua nuova posizione lavorando per chiamare direttamente a sé (e non al campo euro-progressista) la nascita di quella che viene definita una “quarta gamba”. Il fatto che per far questo ci si debba piegare a trattative da suk, a promesse di posti ministeriali e altro, è moralmente sgradevole, ma politicamente relativo (nei momenti di declino queste cose succedono). Ciò che sarà problematico è che tutto viene fatto nell’ottica di presentare questa “quarta gamba” come il partito che nelle prossime contese elettorali rappresenterà la posizione di Conte e di quegli ambienti di diversa natura che nei vari centri di potere hanno fatto squadra con lui. Un partito che un tempo si sarebbe detto “all’americana”, anche se oggi il termine non è più di moda. Qualcosa che, se avrà successo, porterà ad un parlamentarismo che ritorna all’Ottocento, non più con partiti nel senso classico, ma con fazioni parlamentari che si riuniscono occasionalmente attorno a dei leader i quali poi contrattano il loro supporto con chi è in grado di formare un governo.

Finirà così? Non subito e non è comunque facilmente inquadrabile l’andamento della votazione al Senato: non basta una maggioranza formale, specie se come in questo caso è stata in bilico e oggetto di trattative sino all’ultimo. È da oggi che inizierà un itinerario che ci porterà o a consolidare il tentativo di passare ad una Terza Repubblica o alla ricerca di stabilizzare un tregua politica per concentrarsi davvero sulle emergenze in corso.

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